La politica italiana ha una caratteristica ricorrente: è capace di portare leader e partiti dalla polvere all’altare nel giro di pochi mesi (Referendum Docet!). Basta una campagna elettorale efficace, qualche promessa ben calibrata e un elettorato disposto a credere che, questa volta, le cose cambieranno davvero. Ma con la stessa rapidità con cui si sale, si può anche cadere. E quando le promesse restano tali, la caduta può essere persino più veloce della scalata.

La storia recente lo dimostra. I “due Mattei”, Renzi e Salvini, hanno conosciuto entrambi l’ebbrezza di un consenso intorno al 40 per cento per poi precipitare, nel giro di pochi anni, a percentuali a una sola cifra. Non è stato un incidente di percorso, ma il risultato di una dinamica politica ormai ben nota: le aspettative degli elettori crescono velocemente, ma quando non trovano riscontro nei fatti si trasformano in delusione, e la delusione in disaffezione.

Oggi un rischio simile sembra profilarsi anche per il governo guidato da Giorgia Meloni. Il centrodestra si era presentato alle elezioni con un programma ambizioso e con impegni molto chiari: superare la legge Fornero, fermare gli sbarchi dei migranti, garantire più sicurezza nelle città, abolire le accise sui carburanti, snellire la burocrazia, rilanciare il ceto medio. Promesse nette, che avevano contribuito a convincere milioni di italiani a votare quella coalizione.

A distanza di oltre tre anni dall’inizio della legislatura, però, molti di quegli impegni appaiono rimasti sospesi tra gli annunci e la realtà. Il caso delle pensioni è forse il più emblematico. Durante la campagna elettorale la legge Fornero era diventata il simbolo di un sistema considerato ingiusto e disumano. Dal palco dei comizi e negli studi televisivi si prometteva di cancellarla. Matteo Salvini arrivò addirittura a dire che, se entro un anno non ci fosse riuscito, i lavoratori avrebbero avuto tutto il diritto di “spernacchiarlo”.

Oggi, tre anni e mezzo dopo, la situazione racconta tutt’altra storia. L’Italia resta il Paese dell’Unione Europea con l’età pensionabile più alta: oltre 67 anni. Non solo. È anche uno dei Paesi in cui gli assegni pensionistici risultano mediamente più bassi rispetto agli ultimi stipendi percepiti. In altre parole, si lavora più a lungo per ricevere meno. Un doppio svantaggio che pesa soprattutto su una generazione di lavoratori che vede allontanarsi sempre di più il momento della pensione.

Spesso si cita l’aumento della speranza di vita per giustificare l’innalzamento dell’età pensionabile. Ma c’è un dato che raramente entra nel dibattito pubblico: la speranza di vita in buona salute non cresce allo stesso ritmo. Anzi, secondo molte statistiche si ferma attorno ai 58 anni. È un divario che chi lavora conosce bene, perché lo misura ogni giorno sulla propria pelle.

Il risultato è un malessere diffuso che nessuna forza politica può permettersi di ignorare. Milioni di lavoratori si sentono traditi due volte: prima da una legge che li costringe a restare al lavoro fino a un’età sempre più avanzata, poi da chi aveva promesso di smantellarla e invece l’ha lasciata sostanzialmente intatta. E quando la delusione si accumula, la conseguenza più evidente è l’allontanamento dalla politica.

Non a caso, il vero vincitore delle ultime stagioni elettorali è stato il partito dell’astensione. Quasi metà degli italiani non va più a votare, e il rischio è che questa percentuale continui a crescere. Perché quando i cittadini percepiscono che tra le promesse e la realtà esiste un divario troppo grande, la fiducia nelle istituzioni si consuma lentamente ma inesorabilmente.

La credibilità della politica potrà essere recuperata solo tornando a occuparsi delle questioni concrete che toccano la vita quotidiana degli italiani: stipendi e pensioni adeguati al costo della vita, un’età pensionabile più sostenibile – non oltre i 65 anni –, una lotta seria all’evasione e all’elusione fiscale per rendere il sistema più equo, più sicurezza nelle città, meno burocrazia, sanità pubblica efficiente e servizi all’altezza di un grande Paese europeo.

Nel frattempo il governo Meloni potrebbe anche arrivare alla fine naturale della legislatura senza particolari scossoni. Più che per la forza dei risultati ottenuti, però, ciò potrebbe dipendere dalla debolezza dell’opposizione e dalla generale mediocrità del quadro politico. In queste condizioni Palazzo Chigi può continuare a navigare relativamente tranquillo.

Ma la vera verifica arriverà nel 2027, quando gli italiani torneranno alle urne. Da qui ad allora il governo ha ancora tempo per dimostrare che gli impegni presi non erano soltanto slogan da campagna elettorale.

A quel punto saranno gli elettori a tirare le somme. E si capirà se la destra resterà sull’altare del governo oppure se, come già accaduto ad altri protagonisti della politica italiana, sarà destinata a tornare nella polvere. Perché la memoria degli elettori può anche essere corta, ma non è infinita. E prima o poi il conto delle promesse mancate arriva sempre.