In Italia, le donne continuano a morire. E ogni volta ci raccontiamo che sarà l’ultima, che qualcosa cambierà, che la politica finalmente capirà l’urgenza di un fenomeno che non è emergenza, ma struttura, radice, cultura. E invece no. Il femminicidio non arretra, non si ferma, anzi: diventa sempre più crudele, sempre più spietato. Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, una donna viene brutalmente tolta dalla vita, e la politica, invece di reagire con fermezza e determinazione, rimane ferma. Ci raccontano che l'epidemia di violenza finirà, ma il contagio si espande.
Mentre il Paese piange Federica Torzullo, uccisa come Giulia Tramontano, come Giulia Cecchettin, come le decine di donne che ogni anno vengono massacrate da uomini incapaci di accettare un rifiuto, incapaci di concepire la donna come soggetto libero e non come proprietà, la politica discute un testo di legge che riduce la pena base per violenza sessuale da 6-12 anni a 4-10 anni, mantenendo la forbice più alta solo in caso di violenza o minaccia esplicita, come se il corpo di una donna potesse essere violato in modi più o meno gravi a seconda della fantasia del legislatore, come se la violenza non fosse sempre violenza, sempre devastazione, sempre annientamento.
L’urlo di denuncia è forte, eppure nessuno sembra ascoltarlo: il femminicidio non si ferma, e la risposta delle istituzioni è sempre più debole. È l’ennesima contraddizione di un sistema che proclama di voler combattere la violenza di genere e poi produce norme che, di fatto, indeboliscono la tutela delle vittime e rafforzano la posizione del carnefice. Un sistema che parla di prevenzione ma continua a ignorare la radice patriarcale che alimenta questi delitti: il potere maschile che non vuole cedere, il possesso che si traveste da amore, il controllo che si maschera da gelosia, la convinzione che una donna non possa scegliere di andarsene senza pagare con la vita.
Federica Torzullo è solo l’ultima di una lista che non smette di allungarsi. Prima di lei Giulia Tramontano, incinta di sette mesi, uccisa da un uomo che diceva di amarla mentre la eliminava come un ostacolo. Prima ancora Giulia Cecchettin, massacrata da chi non accettava la fine di una relazione. E poi le tante, troppe donne che non hanno avuto nemmeno un nome sui giornali, uccise da uomini che temevano di perdere i figli, la casa, il ruolo di dominatori, uomini che hanno preferito cancellare una vita piuttosto che accettare l’idea di non avere più potere su di lei. La violenza contro le donne sta raggiungendo livelli di brutalità inaccettabili, eppure la politica continua a voltarsi dall’altra parte.
Ogni storia è diversa, ma il copione è sempre lo stesso: lui non accetta il rifiuto, lui non sopporta l’autonomia, lui non tollera la libertà. E lo Stato, invece di rafforzare gli strumenti per proteggere le donne, arretra. Riduce le pene, indebolisce la deterrenza, manda un messaggio ambiguo in un Paese in cui la cultura patriarcale è ancora profondamente radicata. La politica si riempie la bocca di parole come “tutela”, “prevenzione”, “lotta alla violenza”, ma poi produce leggi che sembrano scritte per chi la violenza la compie, non per chi la subisce. È un tradimento istituzionale, un cortocircuito morale che espone le donne a un rischio ancora maggiore.
Perché mentre si discute di tecnicismi giuridici, fuori dalle aule parlamentari ci sono famiglie che seppelliscono figlie, sorelle, madri. Ci sono bambini che restano orfani non di una tragedia improvvisa, ma di un sistema che non ha saputo proteggerli. Ci sono donne che ogni giorno denunciano, chiedono aiuto, segnalano minacce, e troppo spesso vengono lasciate sole fino all’ultimo respiro. E l’urlo di queste donne, di queste vittime, non arriva mai in tempo per fermare l'ennesima morte, l'ennesima violenza.
Il patriarcato non è un concetto astratto: è il filo rosso che lega tutte queste morti. È il potere maschile che si sente autorizzato a decidere della vita e della morte di una donna. È la cultura che insegna agli uomini che il rifiuto è un affronto e non un diritto. È la politica che, invece di smantellare questo sistema, lo alimenta con leggi che indeboliscono la protezione delle vittime. Finché non avremo il coraggio di riconoscere che il femminicidio è un crimine strutturale e non episodico, e finché non costruiremo leggi che mettano davvero al centro la vita delle donne, il nostro Paese continuerà a contare le vittime e a fingere stupore. E ogni volta, sarà troppo tardi.
Siamo in un momento di emergenza. È ora di ascoltare l’urlo di denuncia, di fermare questa strage, di fermare il silenzio complice che accompagna ogni nuovo femminicidio. Non possiamo più permetterci di aspettare.


