“Non siamo complici, non siamo colpevoli, non siamo isolati. Non condividiamo ma neppure condanniamo”.

È questa, in sostanza, la linea che emerge dalle parole di Giorgia Meloni dopo il suo intervento in Parlamento sulla crisi internazionale. Una posizione che somiglia più a un esercizio di equilibrismo politico che a una scelta di governo. 

Dopo quasi quattro anni di luna di miele con il Paese, certificata dai sondaggi e favorita da buona parte del sistema mediatico ed economico, Meloni affronta le prime vere difficoltà politiche e la reazione non è quella di una leader che prende in mano la situazione. Al contrario: si nasconde, prende tempo, prova a galleggiare. Ma il mondo non è in pausa.

La guerra globale alimenta paura e angoscia e il governo italiano appare privo di una linea chiara. Meloni sembra ignorare – o fingere di ignorare – i rischi che incombono sull'Italia e sull'Europa. La strategia è aspettare che passi 'a nuttata. Solo che, per la prima volta, Palazzo Chigi non sa che cosa fare.

Il momento politico non aiuta certo la premier. Siamo negli ultimi giorni di una campagna elettorale che la sua maggioranza sta chiaramente perdendo sul piano del consenso. Tre mesi fa Meloni era convinta di vincere facilmente, al punto da abbracciare con entusiasmo una riforma costituzionale sulla magistratura che non era neppure tra le sue priorità politiche. Era, invece, la bandiera di un alleato.

Oggi quella riforma rischia di trasformarsi in un boomerang. Il voto sulla separazione delle carriere è diventato qualcosa di molto più grande di un intervento tecnico sul sistema giudiziario: è stato percepito da molti come un test sul tentativo di concentrare il potere e piegare gli equilibri istituzionali. Gli anticorpi democratici della società sembrano averlo capito. E potrebbero respingerlo.

Se la sconfitta arriverà – come molti osservatori iniziano a ritenere possibile – sarà soprattutto la sconfitta personale di Meloni.

Non stupisce, dunque, che la presidente del Consiglio appaia nervosa. I suoi alleati sembrano combinare un pasticcio al giorno, quasi impegnati inconsapevolmente a favorire il fronte del No. E quando il contesto politico si complica, anche il giudizio politico della premier appare più appannato.

Ma c'è una spiegazione più profonda delle difficoltà che Meloni incontra oggi davanti alla crisi internazionale. Ha a che fare con la natura stessa della sua leadership. Una leadership che nasce a Colle Oppio, con tratti nostalgici ed eversivi, storicamente insofferente ai meccanismi della democrazia liberale – quelli che prevedono il dissenso, il pluralismo, i contrappesi istituzionali.

Il racconto costruito attorno a Meloni negli ultimi anni è stato molto diverso: quello di una leader conservatrice e pragmatica, moderata e affidabile. Un'immagine rassicurante, utile sia ai mercati sia a una parte dell'establishment politico. A Palazzo Chigi hanno voluto crederci davvero, forse sperando che il passato – l'euroscetticismo aggressivo, le derive complottiste, il flirt con il populismo globale – fosse ormai dimenticato.

Ma non è così. Meloni non è diventata la leader conservatrice equilibrata che molti speravano. E non può permettersi concorrenti alla sua destra: che si tratti di un Salvini incline alla propaganda permanente o di un Vannacci nostalgico del ventennio. La sua adesione al trumpismo non è solo una scelta tattica. È anche una collocazione naturale.

Le aspirazioni politiche – dalle deportazioni di migranti alla repressione del dissenso – ricordano molto da vicino quelle del leader americano. Lo stesso atteggiamento verso il diritto internazionale rivela una diffidenza profonda verso regole e istituzioni sovranazionali. 

Del resto, due anni di effettivo appoggio alle politiche israeliane contro i palestinesi hanno già chiarito quale sia la sensibilità del governo italiano sul terreno dei diritti umani.

Per questo non sorprende che Meloni, nonostante la retorica nazionalista, non abbia né la forza né la volontà di dire parole chiare contro il disastro geopolitico provocato da Donald Trump e Benjamin Netanyahu... nonostante il disastro colpisca direttamente gli interessi dell'Italia.

E questo, nonostante la propaganda mediatica a supporto, sta iniziando a pesare anche sul piano del consenso.