Giorgia Meloni si è recata in Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo 2026 e per fare il punto sulla crisi in Medio Oriente. L'intervento della premier è stato come un lungo esercizio di autoassoluzione politica, condito da rivendicazioni, attacchi alle opposizioni e passaggi assai controversi, sia sul piano istituzionale sia su quello politico.
Fin dalle prime battute, Meloni prova a spostare il baricentro del dibattito: chiede “spirito costruttivo”, invita a sottrarre la discussione alla “polarizzazione” e respinge in blocco tutte le accuse rivolte al Governo in questi giorni. Non c'è, dice, “un Governo che si sottrae al confronto parlamentare”, non c'è “un Governo complice di decisioni altrui”, non c'è “un Governo isolato in Europa”. Una premessa che sembra però tradire il nervo scoperto dell'esecutivo: se c'è bisogno di negare tutto con tanta enfasi, è perché il problema politico esiste eccome.
Il punto più delicato arriva quando la presidente del Consiglio affronta la guerra in Medio Oriente. Meloni insiste nel collocare l'attuale escalation dentro una cornice più ampia, attribuendo all'Iran un ruolo destabilizzante in tutto il quadrante regionale e oltre, fino al sostegno alla Russia contro l'Ucraina. Ma quando entra nel merito dell'intervento americano e israeliano contro il regime iraniano, la sua posizione si fa molto più ambigua. Da un lato dice che l'Italia “non prende parte e non intende prendere parte” all'intervento; dall'altro, però, costruisce un ragionamento che finisce per giustificarne l'impianto politico, sostenendo che non ci si può permettere “un regime degli ayatollah in possesso dell'arma nucleare” e aggiungendo che Roma non ha elementi né per confermare né per smentire le valutazioni statunitensi.
È un passaggio politicamente enorme. Perché una premier che ammette di non av ere elementi sufficienti per verificare i presupposti di una guerra, ma contemporaneamente ne avalla la logica di fondo, sta di fatto rinunciando a un'autonoma capacità di giudizio. E infatti Meloni si rifugia nella formula secondo cui vivremmo in un mondo che costringe a scegliere “tra cattive opzioni”. Una frase che suona più come una resa che come una linea di politica estera.
Altrettanto problematico è il capitolo sulle basi militari. Meloni prova a rassicurare, chiarendo che per ora non è arrivata alcuna richiesta di utilizzo delle basi italiane per operazioni diverse da quelle previste dagli accordi bilaterali con gli Stati Uniti. Ma subito dopo afferma che, se una simile richiesta dovesse arrivare, “per noi” la decisione spetterebbe al Parlamento. Un'affermazione che appare politicamente utile ma istituzionalmente sfuggente: perché se davvero la competenza, in base agli accordi, è del Governo, allora evocare il Parlamento rischia di sembrare soprattutto uno scudo politico preventivo, più che una scelta limpida di rispetto delle prerogative costituzionali.
Non meno controverso il passaggio sull'aiuto militare ai Paesi del Golfo. Meloni rivendica apertamente che l'Italia sta fornendo “assetti di difesa aerea” a quelle nazioni, come fanno altri Paesi europei. Formalmente non saremmo in guerra, dunque. Ma sul piano sostanziale il coinvolgimento dell'Italia nella gestione militare della crisi cresce, e cresce mentre la premier continua a ripetere che il Paese non prende parte al conflitto. È una distinzione formale che regge sempre meno davanti ai fatti.
Poi c'è il tema interno, quello economico. Qui Meloni alterna toni minacciosi contro chi specula sui prezzi a una consueta autocelebrazione dell'azione di governo. Rivendica un decreto energia che “nessuno prima di noi aveva avuto il coraggio di adottare”, attacca le grandi aziende energetiche, promette di colpire gli extraprofitti della speculazione e cita perfino le accise mobili come possibile contromisura. Ma anche qui la contraddizione è evidente: se il Governo ha davvero tutti questi strumenti pronti, perché gli italiani dovrebbero accontentarsi di essere rassicurati invece di vedere misure immediate e concrete? La sensazione è che si continui a inseguire l'emergenza con annunci, mentre famiglie e imprese si preparano a pagare il conto.
Durissimo, e politicamente rivelatore, anche il tono usato sull'immigrazione. La premier rivendica come una vittoria il fatto che l'Europa starebbe certificando la legittimità del modello italiano dei centri in Albania e attacca frontalmente i giudici che hanno disposto revoche dei trattenimenti. Il passaggio più pesante è quello in cui cita casi di migranti accusati o condannati per reati gravissimi per contestare le decisioni della magistratura. È una scelta retorica forte, studiata per produrre indignazione nell'opinione pubblica e per mettere ulteriormente sotto pressione i giudici. Ma resta una torsione pericolosa del discorso istituzionale: invece di discutere nel merito delle garanzie e delle norme, si preferisce esibire il mostro per delegittimare chi applica la legge.
Anche in politica europea Meloni non rinuncia alla sua cifra polemica. Rivendica il ruolo italiano nei dossier sulla competitività, sull'energia, sull'automotive, sulla difesa e sull'immigrazione, dipingendo il Governo come protagonista di “ogni coordinamento internazionale”. Ma il tono trionfalistico contrasta con la fragilità del quadro reale: l'Europa resta divisa su molte delle questioni decisive, dal sostegno all'Ucraina alle regole fiscali, dalle sanzioni alla Russia alla revisione dell'ETS. E quando la premier parla delle “politiche ideologiche, miopi e autolesionistiche del recente passato”, lo fa senza mai riconoscere che molte delle rigidità attuali sono anche il frutto di scelte condivise per anni da larga parte del campo conservatore europeo.
Il finale del discorso è forse il passaggio più politico di tutti quelli sopra elencati. Meloni si presenta come guida del “realismo contro l'ideologia”, delle “soluzioni contro i proclami”, dell'“orgoglio nazionale contro le tifoserie”. È una chiusura identitaria, pensata per compattare la maggioranza e ribadire una narrazione precisa: il Governo sarebbe l'unico interprete dell'interesse nazionale, mentre chi critica sarebbe mosso da spirito di parte. Ma è proprio qui che il discorso mostra il suo limite più evidente. Perché in democrazia l'interesse dell'Italia non coincide mai automaticamente con la linea del Governo in carica, e soprattutto non può essere usato come clava per liquidare dubbi, obiezioni e critiche.
Alla fine, il messaggio politico della presidente del Consiglio è chiaro: chiedere unità attorno all'esecutivo, difendere senza esitazioni l'asse occidentale, giustificare la prudenza come unica scelta responsabile e trasformare ogni contestazione in prova di scarsa affidabilità patriottica. Ma proprio questa impostazione, così muscolare e autoindulgente, finisce per rendere ancora più visibili le zone d'ombra del discorso: l'ambiguità sulla guerra, la torsione sul ruolo del Parlamento, la pressione sulla magistratura, il continuo uso propagandistico delle crisi.
Più che una comunicazione alle Camere, quella di Meloni è sembrata una lunga autodifesa politica. E forse è questo il dato più significativo. In un passaggio internazionale tanto grave, il Paese avrebbe avuto bisogno di chiarezza, trasparenza e verità. Ha ricevuto invece un discorso pieno di enfasi, molto orgoglio e troppe omissioni.


