Il silenzio della città è stato spezzato solo dal rumore di un elicottero. Non è il preludio di un evento sportivo, ma di una messa in scena militarizzata che trasforma Udine in una zona di guerra. Oggi la città si è svegliata sorvegliata, svuotata. Nonostante il corteo Pro Pal non iniziasse prima delle 17:30, il messaggio politico era già stato lanciato prima ancora che i manifestanti scendessero in piazza: chi denuncia deve farlo... ma solo sotto tiro!

Mille agenti disseminati tra il centro e lo stadio, l'esercito in rinforzo, e agenti del Mossad a presidiare l'albergo dove sono alloggiati i rappresentanti calcistici di uno Stato canaglia. È questo lo scenario: una città italiana sotto occupazione preventiva. Non ci sono vetrine aperte, non c’è commercio, non c’è vita: solo transenne, divieti e sirene.

E mentre alle poche centinaia di tifosi che assisteranno alla partita viene ricordato di partire con ore di anticipo per evitare ritardi ai controlli, Israele ha chiesto e ottenuto – in barba al nazionalismo di cui si riempie la bocca la premieruccia della Garbatella – di piazzare persino dei cecchini sui tetti. Cecchini. A una partita di calcio di un girone di qualificazione ai mondiali. Ma scherziamo? Questo perché chi denuncia i crimini dello Stato ebraico viene trattato come una minaccia da neutralizzare, mentre i criminali devono poter propagandare indisturbati i loro crimini.

Il Viminale parla di “massima allerta”, ma la vera allerta dovrebbe riguardare la democrazia. Quando una manifestazione pacifica richiede più militari che manifestanti, non è la sicurezza che si sta proteggendo, ma il potere di chi vuole zittire il dissenso.

Si invoca la tutela della nazionale di calcio di uno Stato di delinquenti, ma si nega il diritto di manifestare la propria solidarietà ad un  popolo vittima di una pulizia etnica che dura da 80 anni.

Oggi Udine non è solo una città militarizzata: è un simbolo. Il simbolo di un Paese che preferisce l’obbedienza alla libertà, la repressione alla solidarietà, la propaganda alla verità.

Eppure, nonostante elicotteri e divieti, il corteo ci sarà. Perché ogni passo in quella piazza – ogni voce che rompe il silenzio – sarà una dichiarazione semplice e potente: nonostante tutto, nonostante il controllo e la paura, la solidarietà con la Palestina non si arresta.