Le prime risultanze dell'autopsia sul corpo di Abderrahim Fakir riaprono con forza interrogativi che, nel dibattito politico degli ultimi giorni, erano stati frettolosamente archiviati. Secondo quanto riferito dall'avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, il consulente di parte, il professor Vittorio Fineschi – medico legale noto anche per aver eseguito l'autopsia sul corpo di Giulio Regeni – avrebbe riscontrato un quadro compatibile con una "asfissia meccanica violenta da compressione dorsale", con polmoni "pieni di sangue" e "vaste aree di infiltrazione emorragica da compressione" sulla schiena.

Si tratta di elementi che, naturalmente, dovranno essere valutati nell'ambito dell'intero procedimento giudiziario e confrontati con gli altri accertamenti medico-legali. Ma proprio perché la magistratura è chiamata a stabilire responsabilità ed eventuali profili penali, appare ancora più evidente quanto siano state premature le numerose dichiarazioni provenienti da esponenti della maggioranza che, fin dalle prime ore successive alla morte del quarantaduenne, avevano sostanzialmente escluso qualsiasi responsabilità degli operatori coinvolti.


Le parole di Fabio Anselmo

Attraverso una lunga dichiarazione pubblica, Fabio Anselmo ha descritto quello che, a suo giudizio, emerge dai primi accertamenti.

"Abderrahim Fakir è il morto. Quello che sta sotto nella foto tratta dal video. (...) Mi ha detto che aveva i polmoni pieni di sangue. Che sulla sua schiena aveva vaste aree di infiltrazione emorragica da compressione. Un chiaro quadro di asfissia meccanica violenta da compressione dorsale."
L'avvocato ha quindi rivolto un durissimo attacco al governo, accusandolo di essere intervenuto nel dibattito pubblico ben prima che le indagini potessero chiarire i fatti.

Anselmo ha giustamente sottolineato che l'esecutivo ha scelto di schierarsi immediatamente in difesa degli agenti coinvolti, contribuendo ad alimentare una narrazione che rischia di influenzare il clima attorno all'inchiesta anziché favorire un accertamento sereno della verità.


Il richiamo al caso Magherini

Nella sua ricostruzione, Anselmo richiama anche la vicenda di Riccardo Magherini, morto a Firenze nel marzo 2014 durante un intervento dei carabinieri dopo essere stato immobilizzato a terra.

L'avvocato ricorda che l'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo proprio per quella vicenda e sottolinea come, a suo giudizio, le circostanze presentino analogie che meritano di essere approfondite senza pregiudizi né assoluzioni preventive.

Il riferimento è particolarmente significativo perché lo stesso Anselmo, oltre al caso Cucchi, ha seguito anche quella lunga battaglia giudiziaria, diventando uno dei principali legali italiani nei procedimenti riguardanti morti avvenute durante interventi di polizia.


La polemica sulla nuova normativa

Tra gli aspetti più contestati dall'avvocato vi è anche il quadro normativo introdotto dall'attuale maggioranza. Anselmo sostiene infatti che il fascicolo aperto dalla Procura di Bologna rientri nella categoria delle cosiddette "pseudo notizie di reato", previsione che, secondo la sua lettura, renderebbe più complesso il percorso investigativo.

Nella sua dichiarazione scrive:

"Stiamo assistendo ad una pseudo indagine per una pseudo morte avvenuta durante un fermo. Questo in forza di una nuova legge di questo governo."
Parole che riflettono una critica molto dura alle recenti modifiche legislative e che, inevitabilmente, alimentano il confronto politico attorno al caso.


La politica che anticipa la magistratura

Il punto che colpisce maggiormente non è tuttavia soltanto la critica alla normativa. È l'accusa rivolta alla politica di avere sostituito il proprio giudizio a quello della magistratura.

Nei giorni successivi alla morte di Fakir, diversi esponenti della maggioranza hanno espresso pubblicamente valutazioni che, di fatto, tendevano già ad escludere responsabilità delle forze dell'ordine, mentre le indagini erano appena iniziate. Una scelta che suscita inevitabili interrogativi sul rispetto della separazione tra politica e giustizia.

Quando un procedimento è ancora nelle sue fasi iniziali, il principio di prudenza dovrebbe valere per tutti: per chi accusa, ma anche per chi assolve.

In uno Stato di diritto, non dovrebbe essere il governo a stabilire chi sia innocente o colpevole prima che lo facciano i magistrati.


Una narrazione che cambia

Le prime indicazioni provenienti dagli accertamenti autoptici sembrano però avere modificato il tono della comunicazione di una parte della maggioranza.

Dopo giorni nei quali il messaggio dominante era quello di una sostanziale esclusione di responsabilità, il dibattito politico appare oggi più prudente e gli argomenti utilizzati da alcuni esponenti del centrodestra sembrano progressivamente spostarsi su altri aspetti della vicenda.

Per l'opposizione e per i legali della famiglia Fakir, questo cambio di registro rappresenterebbe la dimostrazione di quanto le precedenti dichiarazioni fossero state dettate più dall'esigenza di costruire una narrazione politica che dall'attesa dei risultati delle indagini.


La verità non può essere sostituita dalla propaganda

Le conclusioni definitive arriveranno soltanto al termine delle consulenze medico-legali, degli accertamenti tecnici e dell'eventuale processo.

Ed è proprio questo il punto. Uno Stato democratico dispone di strumenti precisi per accertare i fatti: le indagini, le perizie, il contraddittorio tra le parti e il giudizio dei tribunali.

Quando invece la politica interviene fin dal primo momento per certificare innocenze o colpe, rischia di trasformare una vicenda giudiziaria in uno scontro propagandistico.

Il caso Fakir pone dunque una questione che va ben oltre il singolo episodio. Se davvero, come sostiene il consulente della famiglia, il quadro autoptico è compatibile con una violenta asfissia da compressione, sarà la magistratura a dover accertare come ciò sia accaduto, chi ne abbia eventualmente la responsabilità e se vi siano stati errori o condotte penalmente rilevanti.

Nel frattempo, la prudenza dovrebbe essere un dovere istituzionale.

Perché la ricerca della verità non può essere sostituita dalla propaganda, e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni si tutela lasciando lavorare chi è chiamato dalla Costituzione ad accertare i fatti: i magistrati, non i governi.