L'Aula della Camera ha dato il via libera alla separazione delle carriere con 243 sì e 109 no, al termine della terza lettura. La maggioranza assoluta raggiunta è sufficiente per il prosieguo dell'iter della riforma costituzionale, che ora attende l’ultimo via libera da Palazzo Madama.

Non è stata invece raggiunta, come previsto, la maggioranza qualificata dei due terzi che avrebbe precluso il referendum. Il voto di oggi apre infatti la possibilità ad una consultazione popolare sulla giustizia, poiché il referendum sarebbe stato evitato solo se il provvedimento fosse stato approvato con due terzi dei voti in entrambi gli ultimi passaggi parlamentari di Camera e Senato. A Montecitorio sarebbero stati necessari almeno 267 sì, ma si è fermati a 243. Il prossimo e ultimo step sarà il voto del Senato.

Ma la votazione di oggi ha messo in luce non solo le profonde divisioni politiche, bensì anche un modo sconcertante di gestire il confronto da parte di alcuni deputati. Dopo il voto, gli applausi della maggioranza hanno scatenato la protesta dell’opposizione, sfociata in una vera e propria bagarre.

Nell’Aula di Montecitorio, simbolo della democrazia e del confronto civile, si è assistito ancora una volta a uno spettacolo desolante, che smaschera l’ipocrisia di chi dovrebbe dare il buon esempio. Deputati che predicano pace, dialogo e rispetto contro la violenza, ma che in realtà si comportano come provocatori. Quando la tensione è salita al punto da far intervenire i commessi per separare i deputati ed evitare che arrivassero alle mani, è chiaro che qualcosa di profondamente sbagliato sta accadendo.

La scena, purtroppo, non è nuova, ma lascia sempre un senso di amarezza difficile da dissipare, soprattutto in un momento di tensione internazionale e di guerra come quello attuale.

Non bastavano dibattiti accesi e critiche incrociate: gli applausi del governo hanno scatenato l’ira dell’opposizione, culminata in una rissa verbale quasi fisica sotto gli occhi increduli di tutti, con la presidenza costretta a sospendere la seduta per sedare gli animi.

È davvero questo l’esempio che vogliamo dare al Paese? È questo il modo di costruire un dibattito democratico, sano e rispettoso?

La risposta è no. Non si può predicare contro la violenza e poi trasformare il Parlamento in un ring, dove insulti e minacce prendono il posto delle parole e del confronto argomentato.

La politica dovrebbe essere il luogo dove le idee si discutono con passione ma anche con rispetto, dove si cercano compromessi e si lavora per il bene comune. Quando chi ci rappresenta si comporta in modo opposto, si rischia di deludere i cittadini e di alimentare quel disincanto e quella sfiducia che troppo spesso caratterizzano la nostra società.

La separazione delle carriere apre la strada al referendum sulla giustizia, e il dibattito è senz’altro importante. Ma se si trasforma in una rissa verbale e quasi fisica, allora perdiamo tutti. La politica non è solo un gioco di numeri, ma una responsabilità morale e civile. È ora che i nostri deputati, oltre a predicare bene, inizino davvero a razzolare meglio.