“Il 23 maggio 1992 l’Italia si fermò di fronte all’orrore della strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e collega Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ricordare oggi questa dolorosa pagina della nostra Storia significa non lasciare che il sacrificio di chi ha dato la vita per la giustizia venga dimenticato. Anche per questo dal 2002 si celebra la Giornata Nazionale della Legalità: un momento non solo per ricordare le vittime di tutte le mafie, ma per far conoscere soprattutto ai giovani l’importanza della legalità e dell’impegno civile. Perché è dalla memoria e dalle nostre scelte quotidiane che possiamo costruire un futuro libero dalla paura e dall’indifferenza”.
Perché Giorgia Meloni ha il coraggio e la faccia tosta di scrivere tali bestialità? Come fa a parlare di memoria una "disagiata" che si rifiuta persino di guardare al presente, come dimostra la sua complicità al genocidio del popolo palestinese messo in atto dallo Stato canaglia di Israele?
E come può, una persona del genere avere il coraggio di voler ricordare le vittime di tutte le mafie e pretendere di far conoscere, oltretutto soprattutto ai giovani, l’importanza della legalità e dell’impegno civile dopo che il suo governo ha colpito e logorato gli anticorpi dello Stato contro la criminalità organizzata...
- limitando le intercettazioni,
- cancellando l'abuso d'ufficio,
- attaccando senza sosta giudici e magistrati,
- definendo le tasse "pizzo di Stato",
- colpendo la Corte dei Conti per impedire di fare il proprio lavoro di controllo,
- intrattenendo rapporti opachi con esponenti di cosche e criminalità organizzata,
- tenendo tra le proprie fila chi è vicino a quei mondi, con liste interminabili di indagati e condannati?
Ecco, questi politici e governanti farebbero bene a risparmiarsi le parole. E a chiedere scusa, prima di farsi da parte e permettere di ricostruire ciò che hanno demolito. (cit. Nicola Fratoianni)
Il 23 maggio 1992 non è una data. È una ferita nazionale. Alle 17:58, sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, un’esplosione squarciò l’asfalto, il silenzio e l’illusione che lo Stato potesse convivere con la mafia senza pagarne il prezzo.
Morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Morirono perché avevano osato sfidare un sistema criminale che per decenni aveva intrecciato potere, denaro, politica e paura.
Ogni anno, inevitabilmente, arrivano le commemorazioni. I post istituzionali. Le frasi solenni. Gli hashtag sulla legalità. Quest’anno è toccato anche a Giorgia Meloni ricordare che “dalla memoria e dalle nostre scelte quotidiane possiamo costruire un futuro libero dalla paura e dall’indifferenza”.
Belle parole. Lucide. Levigate. Perfette per i social. Peccato che la memoria, quando entra a Palazzo Chigi, sembri spesso ridursi a una cerimonia ben illuminata, utile per la fotografia ufficiale ma molto meno per interrogarsi sul presente.
Perché il punto non è celebrare Falcone una volta all’anno. Quello lo sanno fare tutti. Anche i governi che nel frattempo alimentano una narrativa sistematicamente ostile verso magistratura, controlli e strumenti investigativi.
Negli ultimi anni, infatti, il governo ha promosso o sostenuto misure che gran parte delle opposizioni e numerosi magistrati hanno contestato duramente: la limitazione dell’uso delle intercettazioni, l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, gli attacchi politici ripetuti contro giudici e procure, il ridimensionamento del ruolo della Corte dei Conti nei controlli sulla spesa pubblica.
E poi c’è il linguaggio. Sempre il linguaggio.
Perché definire le tasse “pizzo di Stato” magari strappa applausi a qualche congresso di partito, ma produce anche un effetto culturale devastante: delegittima l’idea stessa di comunità fiscale in un Paese che la mafia l’ha combattuta anche seguendo il denaro.
Falcone lo sapeva bene. La mafia prospera dove lo Stato perde credibilità.
E lo Stato perde credibilità quando la legalità viene evocata come una reliquia da anniversario e non praticata come principio quotidiano.
Naturalmente il governo respinge ogni accusa e rivendica il proprio impegno contro la criminalità organizzata. Ma è difficile non notare una certa distanza tra la retorica celebrativa e alcune scelte politiche concrete. Così come è difficile ignorare i continui casi imbarazzanti che coinvolgono esponenti della maggioranza, tra indagini, frequentazioni discusse e candidature quantomeno controverse.
Ed è qui che nasce il cortocircuito.
Perché commemorare Falcone significa accettare il conflitto che Falcone rappresentava. Significa sostenere davvero l’autonomia della magistratura quando indaga. Significa rafforzare gli strumenti di controllo dello Stato, non trattarli come fastidi burocratici. Significa educare i giovani alla legalità senza trasformare la legalità in uno slogan da campagna permanente.
Altrimenti la memoria diventa marketing istituzionale.
Una scenografia morale buona per le ricorrenze, mentre fuori dal palco continuano delegittimazioni, polemiche tossiche e riforme che molti osservatori giudicano pericolose per l’equilibrio democratico.
Falcone non chiedeva commemorazioni.
Chiedeva coraggio, coerenza e uno Stato credibile.
Ed è forse proprio questo il punto più insopportabile di certe celebrazioni ufficiali: l’idea che basti pronunciare la parola “legalità” per ereditarne automaticamente il significato.
Non basta. Non è mai bastato.


