Le accuse di Mosca secondo cui l'Ucraina avrebbe tentato un attacco con dei droni contro una delle residenze private di Vladimir Putin sono una manovra politica, non un fatto dimostrato. A dirlo apertamente è l'Alta rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione europea, Kaja Kallas, che ha definito le affermazioni del Cremlino una “manovra deliberata” per far deragliare i negoziati di pace.

Secondo la versione russa, Kiev avrebbe lanciato un massiccio attacco utilizzando dei droni contro la residenza di Putin sul lago Valdai, nel nord-ovest della Russia. Il Cremlino ha persino lasciato intendere che l'episodio potrebbe influenzare negativamente il proprio coinvolgimento nei colloqui di pace in corso. Una minaccia che arriva in un momento politicamente delicato, mentre Stati Uniti e Ucraina stanno cercando di riaprire seriamente il canale diplomatico.

Kallas non ha usato mezzi termini: “Nessuno dovrebbe credere ad accuse infondate provenienti dall'aggressore che colpisce indiscriminatamente infrastrutture e civili ucraini”. Un messaggio diretto a chi, in Europa e altrove, potrebbe essere tentato di prendere per buone le dichiarazioni russe senza prove certe.

E le prove, in effetti, non convincono. Dopo aver inizialmente rifiutato di mostrarle, l'esercito russo ha diffuso una mappa che indicherebbe il lancio dei droni dalle regioni ucraine di Sumy e Chernihiv, insieme a un video che mostrerebbe un drone abbattuto nella neve. Un soldato afferma che si tratterebbe di un UAV ucraino modello Chaklun.

Il problema è che nessuno è in grado di verificare in modo indipendente né il luogo né l'autenticità delle immagini. È vero che il profilo del drone ricorda modelli ucraini, ma i componenti utilizzati sono economici e facilmente reperibili online, il che rende impossibile attribuirli con certezza alle forze armate di Kiev.

Anche la testimonianza di un presunto residente locale, diffusa dal ministero della Difesa russo, appare debole. Un'inchiesta di un media investigativo russo ha raccolto le voci di oltre una dozzina di abitanti della zona: nessuno ha sentito rumori compatibili con l'avvicinamento o l'abbattimento di decine di droni. In altre parole, se fosse davvero successo qualcosa di così grave, se ne parlerebbe ovunque.

Da Kiev la reazione è stata sprezzante. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, ha definito il materiale russo “ridicolo”, accusando Mosca di non essere nemmeno credibile quando tenta di costruire una falsa narrazione. Il presidente Volodymyr Zelensky ha respinto con forza le accuse, collegandole direttamente al processo di mediazione guidato dagli Stati Uniti.

Secondo Zelensky, le affermazioni russe arrivano proprio perché nelle ultime settimane i colloqui tra Washington e Kiev hanno registrato progressi concreti, culminati anche in un incontro con il presidente Donald Trump. L'obiettivo del Cremlino, sostiene il leader ucraino, sarebbe quello di spezzare questo “slancio positivo”.

Nel frattempo, sul terreno la guerra continua senza sconti. Zelensky ha avvertito che l'episodio di Valdai potrebbe essere usato come pretesto per nuovi attacchi contro Kiev e le istituzioni ucraine. E anche se la capitale è stata risparmiata, altre zone del Paese non è così per alytre om lo sono state: Odesa è stata colpita duramente, con un palazzo residenziale centrato, sei feriti – tra cui tre bambini – e oltre 170.000 persone rimaste senza elettricità in pieno inverno.

Gli attacchi contro Odesa si susseguono da settimane e sembrano essersi intensificati dopo la minaccia di Putin, lo scorso dicembre, di tagliare l'accesso dell'Ucraina al Mar Nero in risposta agli attacchi contro la cosiddetta “flotta ombra” russa.

Alla fine dell'ennesimo anno di guerra, a Kyiv resta soprattutto la stanchezza. Davanti alla cattedrale di Santa Sofia, Mariya, 26 anni, riassume il sentimento di molti: “Vogliamo solo che finisca. Vogliamo tornare a vivere come prima”. Intorno a lei, ragazzi cantano canzoni natalizie per raccogliere fondi destinati all'esercito. La speranza comune è una sola: che il 2026 porti la pace.

Zelensky vorrebbe rilanciare i negoziati già a gennaio, con il coinvolgimento di Stati Uniti ed Europa. Ma senza un reale interesse russo, ogni trattativa rischia di restare sulla carta. E l'ennesimo presunto “incidente” attorno alla figura di Putin sembra allontanare ancora di più quella pace che, per ora, resta un desiderio più che una prospettiva concreta.