Esteri

Iran-Usa, l’accordo sembra vicino. Ma il vero ostacolo potrebbe essere Israele


Le trattative tra Stati Uniti e Iran sembrano essere arrivate al punto più avanzato degli ultimi anni. Nelle ultime ore sono arrivati segnali convergenti da Islamabad, Teheran e Washington che lasciano intendere come il negoziato sia ormai entrato nella fase conclusiva. Tuttavia, mentre le diplomazie lavorano per chiudere il testo definitivo dell'intesa, emerge con sempre maggiore chiarezza il vero nodo politico che potrebbe complicarne l'attuazione: la posizione del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu.

A dare l'annuncio più esplicito è stato il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, uno dei principali mediatori coinvolti nel processo negoziale. Sharif ha dichiarato che è stato raggiunto un testo finale condiviso tra Washington e Teheran e che il lavoro diplomatico si sta ora concentrando sui passaggi necessari per formalizzare l'accordo.

Secondo il leader pakistano, esisterebbe una campagna di disinformazione volta a sabotare il percorso verso la pace, ma nonostante questo sarebbe stata definita una formula concordata tra le parti. "La pace non è mai stata così vicina", ha affermato Sharif, lasciando intendere che il lavoro politico più difficile sia ormai alle spalle.

Le parole del premier pakistano arrivano dopo una giornata caratterizzata da messaggi contrastanti provenienti dagli Stati Uniti. Donald Trump aveva accusato l'Iran di diffondere informazioni false sui contenuti dell'accordo, ma la risposta di Teheran è stata sorprendentemente moderata e conciliatoria.

Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha confermato che il dossier si trova nella fase finale di valutazione. Le autorità della Repubblica Islamica hanno spiegato che la maggior parte dei punti sarebbe ormai definita e che gli organismi competenti stanno esaminando la bozza del memorandum d'intesa.

Teheran ha comunque mantenuto una certa prudenza. I dirigenti iraniani hanno sottolineato di non voler confermare indiscrezioni giornalistiche sui contenuti precisi dell'accordo e hanno ricordato che la loro strategia negoziale continua a basarsi sull'osservazione delle mosse della controparte prima di assumere decisioni definitive. Un atteggiamento che riflette la diffidenza accumulata dopo decenni di rapporti difficili con Washington e dopo il fallimento di precedenti accordi.

Fin qui il quadro sembrerebbe quello di un'intesa ormai imminente. Ma è osservando ciò che accade a Tel Aviv che emerge il vero problema politico.

Secondo quanto riferito dall'emittente israeliana Channel 12, una fonte americana avrebbe rivelato che Trump, durante l'ultima telefonata con Netanyahu, avrebbe comunicato al premier israeliano di considerare l'accordo "buono" e di ritenere arrivato il momento di porre fine alla guerra.

La notizia è significativa non tanto per il contenuto, quanto per la reazione attribuita al leader israeliano. Sempre secondo la fonte statunitense, Netanyahu avrebbe parlato poco durante la conversazione e avrebbe compreso di non avere la capacità di influenzare in modo determinante l'esito dell'intesa.

Se questa ricostruzione fosse corretta, rappresenterebbe un cambiamento importante negli equilibri regionali. Per anni Israele ha esercitato una forte influenza sulle strategie americane nei confronti dell'Iran, sostenendo la necessità di mantenere una linea di massima pressione e opponendosi a qualsiasi accordo che non eliminasse completamente il programma nucleare iraniano.

Le dichiarazioni rilasciate poche ore dopo dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz sembrano confermare l'esistenza di una forte preoccupazione all'interno del governo israeliano.

Katz ha infatti ribadito che Israele deve mantenere la piena libertà di azione per impedire all'Iran di ottenere armi nucleari. Ha inoltre dichiarato di aver impartito, insieme a Netanyahu, istruzioni alle forze armate affinché siano pronte ad agire contro qualsiasi minaccia proveniente da Teheran.

Ma le affermazioni del ministro vanno ben oltre la questione nucleare. Katz ha escluso qualsiasi ritiro israeliano dalle aree di sicurezza occupate in Libano, Siria e Gaza, sostenendo che l'esperienza del 7 ottobre impone una presenza militare permanente lungo un vasto arco geografico che va dal Monte Hermon fino alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania settentrionale.

Ancora più significativa è stata la definizione ideologica del conflitto fornita dal ministro israeliano, che ha parlato di uno scontro simultaneo contro un "asse del male sciita", rappresentato dall'Iran, e un "asse del male sunnita", identificato con i Fratelli Musulmani.

Parole che mostrano una visione strategico-propagandistica molto diversa da quella che sembra emergere dai negoziati in corso tra Washington e Teheran. Mentre gli Stati Uniti appaiono orientati a congelare o ridurre il conflitto attraverso un'intesa diplomatica, una parte significativa dell'establishment israeliano continua a ragionare in termini di deterrenza militare permanente e di confronto regionale di lungo periodo.

È proprio qui che potrebbe trovarsi il vero ostacolo all'accordo. Non tanto nella definizione tecnica dei dettagli sul nucleare, sulle sanzioni o sulle garanzie reciproche, quanto nella compatibilità tra un eventuale processo di distensione tra Stati Uniti e Iran e la strategia di (presunta) sicurezza perseguita dal governo Netanyahu.

Le prossime settimane saranno decisive. Se davvero il testo dell'intesa è stato completato e le questioni principali sono state risolte, il confronto si sposterà inevitabilmente dal tavolo negoziale alle conseguenze geopolitiche dell'accordo.

E sarà solo allora che si capirà se la pace evocata dai mediatori potrà trasformarsi in una realtà concreta oppure se le tensioni regionali continueranno a rappresentare un fattore di instabilità capace di mettere in discussione anche gli accordi apparentemente più vicini alla firma.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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