Teheran accusa Washington di “gravi violazioni” della tregua dopo i bombardamenti nel sud dell’Iran. Rubio prova a salvare i negoziati, ma il rischio di escalation torna altissimo mentre il petrolio corre e Hormuz resta ancora bloccato.


Il fragile cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti rischia già di trasformarsi in un semplice intervallo tra due fasi di guerra. Nelle ultime 48 ore, infatti, nuovi raid americani contro obiettivi iraniani nel sud del Paese hanno riacceso la tensione in Medio Oriente, provocando una durissima reazione di Teheran che parla apertamente di “grave violazione” della tregua e minaccia conseguenze dirette contro Washington.

Secondo il Comando Centrale statunitense, il Centcom, gli attacchi avrebbero colpito siti missilistici iraniani e imbarcazioni impegnate nel posizionamento di mine nel Golfo Persico, nella regione di Hormozgan, area strategica che si affaccia sullo Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti hanno definito l’operazione una serie di “azioni difensive”, sostenendo che l’obiettivo fosse impedire ulteriori minacce alla navigazione internazionale.

Ma la versione americana non convince affatto Teheran. Il ministero degli Esteri iraniano ha accusato gli Stati Uniti di aver agito “con malafede”, sottolineando come i bombardamenti siano avvenuti proprio mentre erano ancora in corso i negoziati diplomatici mediati principalmente dal Pakistan e ospitati in parte dal Qatar. Per la Repubblica islamica, il doppio binario di diplomazia e attacchi militari dimostrerebbe che Washington starebbe cercando di negoziare da una posizione di pressione armata.

Nel comunicato diffuso da Teheran, il tono è apparso particolarmente duro. “La Repubblica islamica dell’Iran non lascerà senza risposta alcuna azione aggressiva”, hanno dichiarato le autorità iraniane, promettendo che il Paese “non esiterà a difendere la nazione iraniana”. Parole che riportano immediatamente lo scenario regionale sull’orlo di un nuovo allargamento del conflitto.

Il nodo centrale resta lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Dallo scoppio del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, iniziato il 28 febbraio, Teheran ha di fatto paralizzato il traffico nella zona, provocando un’immediata impennata dei prezzi energetici globali e riaccendendo le paure di una crisi economica internazionale.

La questione energetica è diventata ormai il vero cuore della trattativa. Non a caso, il segretario di Stato americano Marco Rubio, pur difendendo gli ultimi bombardamenti, ha insistito sulla necessità che “gli stretti rimangano aperti, in un modo o nell’altro”. Una frase che a Teheran è stata interpretata come un avvertimento diretto.

Rubio ha comunque lasciato aperto uno spiraglio diplomatico, sostenendo che un accordo con l’Iran sarebbe ancora possibile “nel giro di pochi giorni”. Tuttavia, lo stesso capo della diplomazia americana ha ammesso che i negoziati restano estremamente complessi e che persistono forti divergenze sulla formulazione finale dell’intesa.

Uno degli ostacoli principali riguarda i fondi iraniani congelati all’estero. Teheran pretende lo sblocco immediato di parte delle riserve finanziarie bloccate da anni dalle sanzioni internazionali, mentre Washington vorrebbe legare ogni concessione a garanzie molto più stringenti sul programma nucleare iraniano.

Secondo indiscrezioni filtrate dai colloqui di Doha, alle trattative avrebbe partecipato anche il governatore della Banca centrale iraniana, segnale evidente di quanto il dossier economico sia ormai decisivo. Sul tavolo, oltre ai fondi congelati, ci sarebbero soprattutto due temi esplosivi: le scorte iraniane di uranio altamente arricchito e la riapertura dello Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti, Israele e gran parte dei Paesi occidentali continuano infatti ad accusare l’Iran di voler sviluppare un’arma nucleare attraverso il proprio programma di arricchimento dell’uranio. Teheran respinge da anni ogni accusa, sostenendo che il progetto abbia esclusivamente finalità civili ed energetiche.

Intanto, dal fronte iraniano arrivano messaggi sempre più radicali anche sul piano ideologico e politico. In un discorso diffuso in occasione del pellegrinaggio dell’Hajj, la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei ha dichiarato che “la lancetta del tempo non tornerà indietro” e che i Paesi della regione “non saranno più scudi per le basi americane”.

Khamenei ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti non rappresenteranno più “un punto sicuro per la presenza militare nella regione” e ha rilanciato con forza gli slogan “Morte all’America” e “Morte a Israele”, definiti ormai “parole d’ordine diffuse nel mondo islamico”. Dichiarazioni che rendono ancora più evidente quanto il confronto stia assumendo una dimensione sempre meno diplomatica e sempre più strategica e ideologica.

Nel frattempo, i mercati osservano con crescente nervosismo l’evoluzione della crisi. Il timore di un blocco prolungato di Hormuz continua a sostenere la corsa del petrolio, mentre le cancellerie occidentali cercano di evitare che gli scontri si trasformino in una guerra regionale aperta capace di coinvolgere direttamente anche le monarchie del Golfo.

Per ora, il cessate il fuoco resta formalmente in piedi. Ma dopo gli ultimi raid americani e le nuove minacce iraniane, la sensazione diffusa è che la tregua sia ormai appesa a un filo sottilissimo.