Esteri

La guerra inarrestabile (che ci riguarda sempre di più)

Perché questa guerra non poteva fermarsi (e perché ci riguarda)
Il cessate il fuoco con l'Iran è collassato. Negli ultimi giorni Israele e Iran sono tornati a colpirsi, Washington riapre le ostilità e il Medio Oriente scivola di nuovo verso la guerra aperta. I titoli di queste ore parlano di "nuova escalation", di "tregua a rischio", di "Trump che minaccia". Tutto vero. Ma è cronaca del cosa. Manca il perché.

E il perché, questa volta, non è un mistero. Era scritto.

Una notizia che non è una sorpresa
Si racconta questo conflitto come una sequenza di colpi di scena: l'attacco di febbraio, la morte di Khamenei, la tregua di aprile mediata dal Pakistan, il blocco navale, e ora il ritorno alle armi. Sorprese a catena. In realtà non è successo nulla di imprevedibile. È successo esattamente ciò che doveva succedere, data la natura delle parti in campo.

Una guerra si ferma quando almeno uno dei contendenti ha interesse a fermarla — quando vede nel compromesso un guadagno e non una resa. Qui quell'interesse non esiste. Da nessuna delle due parti. Trump ha posto come unica condizione la "resa incondizionata" dell'Iran, formula lanciata il 6 marzo e mai ritirata. La Repubblica Islamica, dal canto suo, è costruita su una teologia che fa del martirio una tappa del disegno divino, non una sconfitta. Quando nessuno dei due cerca davvero il patto, la tregua non è una soluzione: è una pausa per ricaricare.

I latini avevano un'espressione per il fine legittimo di ogni guerra civile: la recta intentio, l'orientamento verso un accordo come scopo dello scontro. Qui quella bussola è assente — non per malafede dei negoziatori, ma per come sono fatte, alla radice, le due parti. Ed è per questo che la "tregua" di aprile era un'illusione: lo si poteva dire allora, e l'avevo scritto.

Il trucco del cambio di nome
C'è un dettaglio che dice tutto, e che nei titoli di cronaca non trovate.

L'operazione militare lanciata a febbraio si chiamava Epic Fury. A guerra ripresa, l'amministrazione americana sta valutando di ribattezzarla con un altro nome — Sledgehammer. Non è marketing bellico. Serve a una cosa precisa: il War Powers Act del 1973 impone al presidente di chiedere al Congresso l'autorizzazione a proseguire le ostilità dopo sessanta giorni. Cambiare il nome dell'operazione significa sostenere che si tratta di una guerra "nuova", e quindi far ripartire il cronometro da zero. La stessa guerra, due etichette, per non dover mai chiedere il permesso di combatterla.

Quando il potere arriva a questo — a riscrivere il nome delle cose per aggirare la norma che dovrebbe limitarlo — il diritto non viene più violato apertamente. Viene semplicemente ridenominato fuori dal proprio raggio d'azione. La decisione precede la regola; la strategia precede la giustificazione. È il punto in cui le istituzioni smettono di essere un argine e diventano una formalità.

(Ho ricostruito l'intero scenario — i cinque livelli che legano la finestra nucleare israeliana, la fragilità economica americana, il sistema del petrodollaro e la trappola di Hormuz — in un'analisi distesa su Consequenze.)

Il conto arriva a casa nostra
E qui veniamo al punto che riguarda chi legge da Roma, da Milano, da un paese qualsiasi della provincia italiana.

Si tende a derubricare tutto questo a "guerra altrui": lontana, mediorientale, affare di teocrazie e di crociati, qualcosa che accade a loro. È una rassicurazione che non regge. Il prezzo di quella guerra arriva già qui, tradotto in una lingua che conosciamo bene: rincari dell'energia, inflazione importata, recessione silenziosa. Lo Stretto di Hormuz strozzato significa petrolio più caro; petrolio più caro significa stagflazione alle porte dell'Eurozona. E l'Italia, agganciata alla manifattura tedesca e gravata da un debito pubblico tra i più alti del continente, incassa il colpo due volte: lo shock energetico diretto e il crollo della domanda del suo principale partner commerciale.

Non esistono guerre altrui. Esistono solo guerre i cui costi vengono spinti verso il basso e verso i margini, mentre i benefici — finché durano — restano in alto. La guerra di qualcun altro è la bolletta di casa nostra, il carovita di chi non capisce più chi decide, né per conto di chi.

Diagnosi, non profezia
Non scrivo questo per rivendicare di averci visto giusto. Lo scrivo perché la differenza tra una previsione e una diagnosi è esattamente la differenza tra l'indovinare e il capire. Una previsione azzecca un esito; una diagnosi riconosce un meccanismo. E il meccanismo, qui, era leggibile da mesi: una guerra che non cerca il patto non si ferma, cambia solo strumento — dai raid al blocco navale — e nome — da Epic Fury a Sledgehammer.

Finché in nessuna delle stanze dove si decide esisterà un soggetto che riconosca nel patto la forma della razionalità politica e non una capitolazione, lo scivolamento continuerà. Silenzioso, progressivo, già deciso.

Resta la cosa più difficile e più necessaria: continuare a chiamare le cose con il loro nome. La guerra di annientamento mascherata da operazione di polizia internazionale. Il diritto evocato solo per ratificare ciò che è già stato fatto. E le "guerre altrui" per quello che sono: il nome che diamo alle nostre, finché possiamo permetterci di non guardarle.

L'analisi completa, con la documentazione e lo scenario economico per l'Italia e l'Europa, è su Consequenze — testata indipendente di geopolitica e analisi che seguo dal 2002.

Autore Stefano Pierpaoli
Categoria Esteri
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