La denuncia annunciata dal governo israeliano contro il quotidiano statunitense per un editoriale di Nicholas Kristof segna un salto politico e simbolico: non si colpisce soltanto una ricostruzione giornalistica, ma il diritto stesso di raccontare ciò che accade nelle carceri e nei territori occupati.
Il governo di Benjamin Netanyahu ha deciso di trasformare uno scontro mediatico in un caso politico internazionale. L’annuncio di una causa per diffamazione contro il The New York Times, accusato di aver pubblicato “una delle menzogne più mostruose e distorte mai apparse contro Israele”, non è soltanto la reazione rabbiosa a un articolo sgradito: è il segnale di una strategia sempre più aggressiva nei confronti di chiunque metta in discussione la condotta israeliana durante la guerra successiva al 7 ottobre.
Al centro dello scontro vi è un editoriale firmato dal columnist americano Nicholas Kristof, nel quale si sosteneva che detenuti palestinesi arrestati a Gaza e trasferiti nelle carceri israeliane sarebbero stati sottoposti anche a violenze sessuali. Un’accusa devastante, naturalmente, perché tocca il punto più sensibile di un conflitto già saturo di atrocità, propaganda e manipolazioni reciproche. Ma la risposta del governo israeliano solleva interrogativi ancora più profondi: uno Stato democratico può davvero pensare di zittire un grande quotidiano internazionale attraverso il ricorso sistematico ad azioni legali? E soprattutto: perché reagire con una denuncia invece che con un’inchiesta indipendente e trasparente?
La vicenda arriva in un momento in cui Israele affronta un enorme e crescente isolamento morale nell’opinione pubblica occidentale.
Dopo mesi di bombardamenti su Gaza, immagini di devastazione, accuse di crimini di guerra e denunce provenienti da organizzazioni internazionali, ogni nuova testimonianza sulle condizioni dei detenuti palestinesi finisce inevitabilmente per inserirsi dentro un quadro già esplosivo. In questo contesto, la linea del governo Netanyahu appare sempre meno orientata alla confutazione puntuale dei fatti e sempre più alla delegittimazione preventiva delle fonti critiche: Ong, organismi ONU, università, giornalisti, perfino ex funzionari israeliani.
Non è un dettaglio secondario che il bersaglio scelto sia proprio il New York Times, uno dei giornali più influenti del pianeta e, storicamente, tutt’altro che ostile allo Stato israeliano. Per anni il quotidiano americano è stato accusato, semmai, dell’opposto: di adottare spesso una linea prudente o favorevole alle posizioni israeliane, soprattutto nelle fasi più dure del conflitto mediorientale. Colpire il Times significa allora lanciare un messaggio preciso: nessuno è più considerato “amico” se osa superare il perimetro narrativo imposto dal governo di Tel Aviv.
C’è poi un elemento che rende questa scelta ancora più significativa. Dopo il 7 ottobre, Israele ha chiesto al mondo di credere alle testimonianze sulle atrocità compiute da Hamas, comprese quelle relative alle violenze sessuali contro gli ostaggi israeliani. La richiesta era chiara: non minimizzare, non relativizzare, non pretendere prove impossibili davanti a crimini spesso consumati nel caos della guerra. Tuttavia, nel momento in cui emergono accuse analoghe — stavolta rivolte contro apparati israeliani — la reazione cambia radicalmente: non più richiesta di verifica, ma immediata criminalizzazione di chi pubblica le denunce.
È qui che si apre una frattura pericolosa, non solo per lo Stato ebraico ma per l’intero spazio democratico occidentale. Se ogni accusa scomoda viene automaticamente equiparata a propaganda antisemita o a diffamazione, il risultato finale non sarà la difesa della verità, bensì l’impossibilità stessa di indagare. E quando un governo tenta di trasferire il conflitto dentro i tribunali per intimidire la stampa, il rischio è che la battaglia per la sicurezza nazionale degeneri in una guerra contro il dissenso.
Naturalmente, un editoriale non equivale a una sentenza e accuse tanto gravi richiedono verifiche rigorose, prove solide, responsabilità giornalistica. Il punto, però, è un altro: nelle democrazie mature, le inchieste si contestano con documenti, accesso indipendente, commissioni credibili e trasparenza istituzionale. Non con campagne politiche costruite attorno all’idea che ogni critica sia, di per sé, una menzogna orchestrata contro lo Stato.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Mentre Gaza continua a bruciare mentre la popolazione viene volontariamente affamata ed esposta alle epidemie e il conflitto produce una radicalizzazione globale senza precedenti, il governo Netanyahu sembra aver scelto una strada che non punta più a convincere il mondo, ma a intimidirlo. Una strategia che può funzionare nel breve periodo sul piano interno, alimentando l’idea di Israele come fortezza assediata, ma che sul lungo termine rischia di logorare ulteriormente - se mai ce ne fosse bisogno - la credibilità internazionale dello Stato ebraico.
Perché quando un governo entra in guerra contro il giornalismo, raramente è soltanto il giornalismo a essere sotto processo.
Questo è il riassunto dell'articolo del New York Times:
L’articolo del The New York Times firmato da Nicholas Kristof sostiene che, dopo il 7 ottobre 2023, all’interno del sistema di sicurezza e detenzione israeliano si sarebbe sviluppato un quadro diffuso di violenze sessuali contro palestinesi detenuti, uomini, donne e minori. Il testo ha un taglio fortemente accusatorio e si fonda su interviste dirette, testimonianze personali, rapporti di organizzazioni internazionali e dati raccolti da Ong e associazioni per i diritti umani.
Kristof apre il pezzo con un parallelo politico e morale: ricorda come, dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, leader occidentali e israeliani — tra cui Donald Trump, Joe Biden, Benjamin Netanyahu e Marco Rubio — abbiano condannato le violenze sessuali contro donne israeliane, presentando la denuncia dello stupro come un principio universale di civiltà. L’autore sostiene però che lo stesso principio non venga applicato quando le accuse riguardano palestinesi detenuti da Israele.
L’asse centrale dell’articolo è la descrizione di presunti abusi sessuali sistematici attribuiti a soldati israeliani, agenti dello Shin Bet, coloni e soprattutto guardie carcerarie. Kristof precisa che non esistono prove che i vertici politici israeliani ordinino direttamente stupri o violenze sessuali, ma sostiene che negli anni sia stato costruito un apparato di sicurezza nel quale tali pratiche sarebbero diventate diffuse e tollerate.
Per rafforzare questa tesi, il giornalista cita un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato l’anno precedente, secondo cui la violenza sessuale sarebbe diventata una delle “procedure operative standard” nel trattamento dei palestinesi detenuti. Viene inoltre richiamato un rapporto dell’Euro-Med Human Rights Monitor, organizzazione con sede a Ginevra spesso critica verso Israele, che parla esplicitamente di “violenza sessuale sistematica” praticata come parte di una “politica organizzata dello Stato”.
La parte più lunga e scioccante del testo riguarda il racconto dettagliato di Sami al-Sai, giornalista freelance palestinese di 46 anni arrestato nel 2024. Secondo la sua testimonianza, durante il trasferimento verso una cella sarebbe stato picchiato da più guardie, immobilizzato a terra, denudato e sottoposto a violenze sessuali con manganelli di gomma e altri oggetti. Al-Sai racconta che gli aggressori ridevano mentre lo torturavano e che una guardia donna gli avrebbe afferrato genitali e testicoli stringendoli fino a provocargli dolore estremo.
Il detenuto sostiene inoltre di essere stato bendato e di aver sentito alcuni agenti parlare in ebraico, inclusa una frase che invitava a non scattare fotografie. Racconta poi di essere stato lasciato ammanettato sul pavimento durante una pausa sigaretta delle guardie e di aver trovato, nel luogo dell’aggressione, sangue, vomito e denti rotti, circostanza che gli avrebbe fatto pensare che quella stanza fosse già stata usata per abusi analoghi.
Secondo il suo racconto, la finalità dell’arresto sarebbe stata costringerlo a collaborare con l’intelligence israeliana come informatore. Al-Sai afferma di avere rifiutato per ragioni professionali ed etiche legate al proprio lavoro giornalistico.
Kristof inserisce questa testimonianza dentro una riflessione più ampia. Ricorda di avere seguito guerre, genocidi e violenze sessuali di massa in altre parti del mondo, citando ad esempio il conflitto nel Tigray etiope e la guerra in Sudan, precisando che la scala delle violenze in quei contesti sarebbe stata enormemente superiore rispetto ai casi descritti in Israele e Palestina. Tuttavia sottolinea che gli Stati Uniti finanziano economicamente il sistema di sicurezza israeliano e che, di conseguenza, Washington avrebbe una responsabilità indiretta anche rispetto a eventuali abusi.
L’autore spiega di essersi interessato al tema dopo avere parlato con Issa Amro, noto attivista non violento palestinese spesso soprannominato “il Gandhi palestinese”, il quale gli avrebbe raccontato di avere subito aggressioni sessuali da parte di soldati israeliani e di ritenere il fenomeno diffuso ma poco denunciato a causa della vergogna.
L’articolo sottolinea poi l’ampiezza del sistema di detenzione israeliano nei territori palestinesi dopo il 7 ottobre. Secondo i dati riportati, circa 20 mila palestinesi sarebbero stati arrestati nella sola Cisgiordania e oltre 9 mila sarebbero ancora detenuti. Molti di loro non sarebbero stati formalmente incriminati ma trattenuti per motivi di sicurezza poco definiti, spesso in regime di detenzione amministrativa. Il testo aggiunge che dal 2023 molti detenuti non avrebbero potuto ricevere visite della Croce Rossa o degli avvocati.
Tra le testimonianze riportate compare anche quella di una donna palestinese di 42 anni citata dal rapporto Euro-Med. Secondo il racconto, la donna sarebbe stata incatenata nuda a un tavolo metallico e costretta ad avere rapporti sessuali con soldati israeliani per due giorni mentre altri militari filmavano gli abusi. Successivamente le sarebbero state mostrate fotografie dello stupro con la minaccia di renderle pubbliche se non avesse collaborato con l’intelligence israeliana.
Kristof riconosce che è impossibile stabilire con precisione la diffusione reale degli abusi sessuali contro i palestinesi. Spiega che la sua inchiesta si basa su colloqui con 14 uomini e donne che sostengono di essere stati aggrediti sessualmente da coloni o membri delle forze di sicurezza israeliane. Racconta anche di avere parlato con familiari, investigatori, funzionari, avvocati e operatori sociali nel tentativo di verificare le testimonianze.
L’autore precisa che in alcuni casi è stato possibile ottenere conferme parziali attraverso parenti, avvocati o testimoni indiretti, mentre in altri ciò non è stato possibile a causa della reticenza delle vittime, legata alla vergogna e allo stigma sociale.
Verso la fine dell’articolo vengono riportati alcuni dati statistici. Una ricerca commissionata da Save the Children su adolescenti palestinesi tra i 12 e i 17 anni detenuti da Israele avrebbe rilevato che oltre la metà dei minori avrebbe assistito o subito violenze sessuali durante la detenzione. L’organizzazione sostiene inoltre che il numero reale potrebbe essere più alto, proprio perché molte vittime eviterebbero di parlarne.
Infine viene citato anche il Committee to Protect Journalists, che avrebbe intervistato 59 giornalisti palestinesi arrestati e successivamente rilasciati da Israele dopo il 7 ottobre: il 3% avrebbe dichiarato di avere subito stupro, mentre il 29% avrebbe denunciato altre forme di violenza sessuale.


