Il premier belga Bart De Wever ha inviato alla presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen una lettera di quattro pagine con un appello e una spiegazione. L’appello è di frenare e di riconsiderare con molto attenzione il piano di confisca dei patrimoni russi congelati in Europa.
La spiegazione è proprio sui motivi di tale prudenza, per la quale il Belgio ha posto il veto all’avanzamento del progetto. Fra due settimane al prossimo vertice dell’Unione si dovrà prendere una decisione. Per il momento quella di Bruxelles (intesa come sede del governo belga) è di rifiutare la disponibilità a permettere che vengano prelevati quei beni dalla Euroclear, l’istituto finanziario che li custodisce. E che ha sede proprio in Belgio: per questo motivo il Paese sarebbe il primo e il più esposto alle ritorsioni di Mosca.
Che non sono più un’eventualità, ma una prospettiva concreta. La scorsa settimana, infatti, il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato di aver ordinato la preparazione di un pacchetto di misure “a specchio” che costituiscano la risposta all’iniziativa UE. La Commissione insiste nel dire che non si tratta di una confisca, ma di una sorta di prestito, perché alla fine i soldi verrebbero nuovamente depositati alla Euroclear e rimessi a disposizione della Banca Centrale russa.
Ma il meccanismo con cui si esplicherebbe tale prestito è così lungo e pieno di variabili da non essere realizzabile. Putin dice chiaramente che si tratterebbe di un furto. Lo pensano di fatto anche quei governi e quei soggetti internazionali che, pur senza schierarsi apertamente, non gradiscono l’idea della von der Leyen perché sanno che distruggere l’immagine e la credibilità dell’Unione Europea nell’ambito degli investimenti e della finanza.


