I colloqui indiretti tra Israele e Hamas, in corso a Doha con la mediazione statunitense, stanno incontrando gravi ostacoli. Al centro delle tensioni c'è la questione cruciale del ritiro delle truppe israeliane da Gaza. Fonti palestinesi e israeliane informate sui negoziati riferiscono che le divergenze riguardano l'estensione del ritiro: Israele vorrebbe mantenere il controllo su circa il 40% del territorio, inclusi Rafah a sud e zone strategiche nel nord e nell'est del territorio. Hamas ha respinto questa proposta, chiedendo il ritorno alle posizioni precedenti al rinnovo dell'offensiva israeliana a marzo.

Nonostante lo stallo, le trattative per una tregua di 60 giorni — proposta dagli Stati Uniti — non sono ancora interrotte, secondo le stesse fonti. L'accordo prevederebbe un rilascio graduale degli ostaggi, un ritiro delle forze israeliane e successivi negoziati per porre fine al conflitto. Ma le questioni fondamentali restano irrisolte: Hamas esige garanzie per una fine definitiva della guerra prima di liberare gli ostaggi, mentre Israele intende concludere le ostilità solo dopo il rilascio di tutti i prigionieri e lo smantellamento di Hamas come forza militare e amministrativa.

Nel frattempo, la situazione sul terreno continua a peggiorare. Sabato, 17 civili palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano di ottenere aiuti alimentari a Rafah. Testimoni oculari hanno raccontato a Reuters che i colpi sono stati mirati, diretti alla testa e al torace delle vittime.

I corpi, avvolti in sudari bianchi, sono stati portati all'ospedale Nasser, dove familiari disperati hanno pianto i loro cari. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno dichiarato di aver sparato solo colpi di avvertimento e che non ci sarebbero prove che i soldati abbiano colpito qualcuno — una versione che si scontra apertamente con i racconti dei presenti.

Questo episodio è solo l'ultimo di una serie di stragi avvenute in prossimità dei punti di distribuzione degli aiuti. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, nelle ultime sei settimane almeno 800 persone sono state uccise mentre tentavano di procurarsi del cibo.

Dopo un blocco totale degli aiuti imposto fino alla fine di maggio, Israele ha attivato un nuovo sistema di distribuzione degli aiuti sotto la protezione delle proprie truppe, affidandosi a un'organizzazione sostenuta dagli Stati Uniti. Tuttavia, le Nazioni Unite hanno denunciato il sistema come pericoloso e contrario ai principi di neutralità umanitaria, sottolineando il rischio concreto di ulteriori vittime tra i civili affamati.

Mentre i diplomatici non hanno interrotto i negoziati a Doha, sul campo la crisi umanitaria si aggrava di ora in ora. Questa la testimonianza di Mahmoud Makram riportata dall'agenzia Reuters:

"Eravamo seduti lì e improvvisamente hanno iniziato a sparare verso di noi. Per cinque minuti siamo rimasti bloccati sotto il fuoco. Non era casuale. Alcuni sono stati colpiti alla testa, altri al petto. Uno accanto a me è stato colpito direttamente al cuore. Non c'è pietà. La gente va lì perché ha fame, ma torna indietro in un sacco per cadaveri".

Le prospettive di un accordo sembrano dipendere ora da un maggiore coinvolgimento diplomatico da parte degli Stati Uniti, secondo fonti palestinesi. Ma il tempo stringe e, mentre le delegazioni discutono a porte chiuse, la popolazione di Gaza continua a pagare il prezzo più alto di questo conflitto.