Il fragile cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah rischia definitivamente di collassare sotto il peso di una nuova escalation militare nel sud del Libano. Nelle ultime ore l’esercito israeliano ha intensificato le operazioni lungo il fiume Litani, la linea strategica che da anni rappresenta una sorta di confine non ufficiale tra le aree controllate da Hezbollah e quelle presidiate da Israele. I combattimenti si sono allargati mentre Tel Aviv prepara nuovi colloqui diplomatici con Beirut a Washington, ma sul terreno il linguaggio è ormai quello delle bombe, dei droni e delle incursioni terrestri.

L’offensiva israeliana arriva in un momento estremamente delicato anche sul piano regionale. L’Iran, principale sponsor politico e militare di Hezbollah, considera infatti il fronte libanese parte integrante del più ampio confronto in corso con Israele e Stati Uniti. Per Teheran qualsiasi accordo sul conflitto mediorientale dovrebbe necessariamente includere anche la fine delle ostilità in Libano. Ma ciò che sta accadendo nelle ultime ore sembra andare nella direzione opposta.

Netanyahu alza il livello dello scontro

A segnare la nuova fase della guerra è stato direttamente il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha annunciato un’intensificazione delle operazioni contro Hezbollah in tutto il Libano meridionale. Israele sostiene di voler creare una fascia di sicurezza stabile per impedire che il gruppo sciita possa continuare a colpire il nord del Paese con razzi e droni.

Secondo le forze armate israeliane, nelle ultime 24 ore sono stati colpiti oltre cento obiettivi di Hezbollah tra il sud del Libano e la valle della Bekaa. Tra i bersagli figurano depositi di armi, centri di comando e postazioni di osservazione utilizzate per coordinare gli attacchi contro soldati israeliani e comunità civili nel nord di Israele.

Parallelamente, l’IDF ha confermato di aver ampliato le operazioni terrestri oltre la cosiddetta “zona di sicurezza”, spingendosi più a nord rispetto alle posizioni mantenute dopo il cessate il fuoco negoziato dagli Stati Uniti. Netanyahu ha dichiarato che Israele sta “rafforzando la zona cuscinetto” e lavorando anche a nuove tecnologie per contrastare i droni esplosivi utilizzati da Hezbollah.


Il fiume Litani torna il centro della guerra

Il Litani rappresenta uno dei punti più delicati dell’intera crisi. Per anni il fiume ha costituito il limite geografico entro cui Hezbollah avrebbe dovuto ridurre la propria presenza armata secondo le risoluzioni internazionali successive alla guerra del 2006. Nella realtà, però, il movimento sciita ha progressivamente consolidato le proprie infrastrutture militari nell’area.

Ora Israele sembra voler trasformare nuovamente quella linea naturale in una barriera militare vera e propria. Hezbollah ha reagito con attacchi a razzi, artiglieria e droni contro truppe e mezzi israeliani lungo le rive del fiume, in particolare nei pressi dei villaggi di Yohmor al-Shaqif e Zawtar al-Sharqieh. Secondo l’emittente Al-Manar, vicina al gruppo sciita, i combattenti avrebbero respinto diversi tentativi di avanzata israeliana.

L’evoluzione più preoccupante riguarda proprio i droni. Hezbollah sostiene di aver iniziato a utilizzare nuovi dispositivi a fibra ottica, molto più difficili da intercettare per le difese israeliane. Una tecnologia che starebbe mettendo in seria difficoltà l’esercito israeliano e che ha spinto Tel Aviv a invitare la popolazione del nord del Paese a evitare grandi assembramenti.


Civili intrappolati e paura a Beirut

Il prezzo più alto continua però a essere pagato dalla popolazione civile. Un bombardamento israeliano sul villaggio orientale di Mashghara ha provocato almeno dodici morti, compresi diversi membri della stessa famiglia. Intanto gli attacchi si stanno intensificando anche nell’area di Nabatiyeh, a nord del Litani, dove Israele ha invitato i residenti ad abbandonare la città prima di ulteriori raid.

Anche Beirut, finora relativamente risparmiata dopo il cessate il fuoco, vive ore di crescente tensione. Le dichiarazioni di Netanyahu e l’espansione delle operazioni militari stanno alimentando il panico nella capitale libanese. Molti temono che Israele possa presto tornare a colpire direttamente le periferie controllate da Hezbollah.

“Bastano poche parole in televisione e tutti scappano dalle loro case”, ha raccontato un residente del quartiere Hamra, descrivendo il clima di paura che si respira nella capitale.


I colloqui di Washington rischiano il fallimento

Sul piano diplomatico, la situazione appare sempre più fragile. Il nuovo governo libanese, nato con la promessa di riformare il Paese e ridurre il peso delle milizie armate, spera che i colloqui diretti con Israele possano portare a un cessate il fuoco permanente e soprattutto al ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano.

Ma Hezbollah si oppone apertamente ai negoziati diretti con Tel Aviv e continua a sostenere che la guerra terminerà solo quando Israele interromperà i bombardamenti quotidiani e ritirerà completamente le proprie forze.

Israele, dal canto suo, ribadisce di non avere alcuna intenzione di ritirarsi finché Hezbollah continuerà a rappresentare una minaccia per le comunità del nord del Paese. Il risultato è uno stallo estremamente pericoloso, nel quale ogni tentativo diplomatico viene continuamente sabotato dall’evoluzione militare sul campo.


Una guerra sempre più ampia

I numeri della guerra mostrano già una crisi umanitaria enorme. Oltre un milione di persone sono state costrette a lasciare le proprie case in Libano dall’inizio del conflitto, esploso dopo che Hezbollah aveva lanciato razzi contro il nord di Israele in solidarietà con l’Iran. Secondo il ministero della Salute libanese, i raid israeliani hanno causato almeno 3.185 morti e oltre 9.600 feriti.

Sul fronte israeliano, l’ufficio di Netanyahu riferisce di 23 soldati e un contractor della difesa uccisi nel sud del Libano, oltre a due civili morti nel nord di Israele, la maggior parte a causa di attacchi con droni.

Con l’espansione delle operazioni israeliane oltre il Litani e il rafforzamento militare di Hezbollah, il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti appare ormai svuotato di significato. E mentre Washington tenta di riaprire uno spiraglio diplomatico, sul terreno la sensazione è che entrambe le parti si stiano preparando a una guerra ancora più lunga e devastante.