Circolare del Ministero della Salute dopo l’emergenza internazionale dichiarata dall’Oms. Monitoraggio per operatori sanitari e personale umanitario provenienti dalle aree colpite dal focolaio di virus Bundibugyo, variante dell’Ebola senza vaccino né cure specifiche.


Il Ministero della Salute corre ai ripari dopo la dichiarazione di emergenza sanitaria internazionale emanata dall’Organizzazione mondiale della sanità per il focolaio di virus Bundibugyo, una variante dell’Ebola attualmente in diffusione nella Repubblica Democratica del Congo e già segnalata anche in Uganda attraverso casi importati.

Con una nuova circolare firmata dal Direttore generale della Prevenzione, Sergio Iavicoli, e dal Capo Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie Maria Rosaria Campitiello, il Ministero ha disposto l’attivazione di una sorveglianza sanitaria rafforzata per tutti gli operatori – sanitari e non sanitari – che rientrano in Italia dopo aver lavorato nelle aree interessate dall’epidemia.

Il provvedimento riguarda in particolare la provincia di Ituri, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, dove il focolaio è in piena evoluzione, e l’Uganda, coinvolta dalla comparsa di infezioni correlate al contagio transfrontaliero.

L’obiettivo dichiarato è chiaro: individuare rapidamente eventuali casi importati ed evitare la trasmissione secondaria sul territorio nazionale, riattivando procedure di controllo già utilizzate durante altre emergenze epidemiche internazionali.

Obblighi per Ong e organizzazioni umanitarie
La circolare impone precisi adempimenti alle organizzazioni governative e non governative che operano nelle aree colpite.

Le strutture che impiegano personale in Congo o Uganda dovranno comunicare al Ministero della Salute, almeno 48 ore prima del rientro in Italia, una serie di informazioni dettagliate: dati anagrafici dell’operatore, itinerario di viaggio, modalità e punto di ingresso nel territorio italiano.

Non solo. Dovrà essere trasmessa anche una dichiarazione ufficiale firmata dal legale rappresentante dell’organizzazione o dal responsabile del progetto, nella quale venga attestato che l’operatore:

  • non presenta sintomi compatibili con l’infezione;
  • non ha avuto esposizioni note a casi sospetti o confermati di virus Bundibugyo nei 21 giorni precedenti alla partenza.

Gli operatori dovranno inoltre portare con sé una scheda anamnestica cartacea, da compilare e aggiornare durante il viaggio, annotando anche eventuali variazioni della temperatura corporea registrate negli scali aeroportuali.

Procedure speciali durante il volo
Una parte centrale della circolare riguarda la gestione di eventuali sintomi sospetti durante il viaggio aereo.

Il Ministero stabilisce che ogni passeggero proveniente dalle aree a rischio che manifesti febbre, vomito, forte debolezza o sanguinamenti compatibili con l’Ebola debba avvisare immediatamente il personale di bordo.

In questi casi il protocollo prevede l’attivazione immediata delle procedure sanitarie aeroportuali e il dirottamento dell’atterraggio esclusivamente verso gli aeroporti sanitari attrezzati di Aeroporto di Roma Fiumicino o Aeroporto di Milano Malpensa.

Qui entreranno in funzione gli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera (USMAF), incaricati della gestione dell’emergenza e dell’eventuale isolamento sanitario.

Le compagnie aeree, inoltre, sono obbligate a segnalare tempestivamente ogni situazione sospetta agli USMAF, in applicazione della circolare ENAC del 21 settembre 2012, e a raccogliere i Passenger Locator Form (PLF) di tutti i passeggeri presenti a bordo, così da consentire un rapido tracciamento dei contatti in caso di positività.

Controlli all’arrivo negli aeroporti italiani
Per gli operatori che arrivano in Italia senza sintomi, la procedura non termina con lo sbarco.

La circolare prevede che il passeggero resti in attesa al gate fino all’arrivo del personale sanitario USMAF, che procederà alla verifica della documentazione anamnestica e alla misurazione della temperatura corporea.

Se il controllo non evidenzia anomalie, la documentazione viene trasmessa alle autorità sanitarie territoriali per l’avvio della sorveglianza sanitaria successiva al rientro.

Nel caso in cui vengano invece rilevati febbre o sintomi sospetti, scatteranno immediatamente i protocolli di gestione previsti dalle ordinanze sanitarie, con isolamento del soggetto e avvio del contact tracing.

Per chi rientra via terra, con treni, autobus o mezzi privati, il monitoraggio sarà affidato alle ASL territorialmente competenti, che provvederanno a contattare direttamente l’operatore per la valutazione clinica e gli eventuali controlli sanitari.

Cos’è il virus Bundibugyo e perché preoccupa
Il virus Bundibugyo appartiene alla famiglia dell’Ebola virus ed è considerato una delle varianti più pericolose della febbre emorragica virale.

L’attuale epidemia è stata dichiarata ufficialmente il 15 maggio dalle autorità della Repubblica Democratica del Congo e rappresenta il diciassettesimo focolaio di Ebola registrato nel Paese dal 1976.

L’ultimo episodio risaliva al settembre 2025, nella provincia del Kasai, dove si erano registrati 64 casi e 45 decessi.

A differenza del ceppo Zaire – contro il quale esistono vaccini autorizzati e alcune terapie specifiche – per il virus Bundibugyo non sono attualmente disponibili né vaccini approvati né cure mirate.

La risposta sanitaria si basa quindi esclusivamente su:

  • diagnosi precoce;
  • isolamento dei casi;
  • tracciamento dei contatti;
  • misure di prevenzione e controllo delle infezioni;
  • cure di supporto;
  • coinvolgimento delle comunità locali.
  • Le precedenti epidemie di Bundibugyo, registrate nel 2007 in Uganda e nel 2012 nella RDC, avevano mostrato tassi di letalità compresi tra il 30 e il 50 per cento.

Ituri, epicentro di una crisi sanitaria e umanitaria
A rendere ancora più complessa la situazione è il contesto della provincia di Ituri, area mineraria strategica dell’est congolese caratterizzata da forte mobilità della popolazione, instabilità e gravissima emergenza umanitaria.

Secondo il Piano di risposta umanitaria 2026, nella regione vivono oltre 273 mila sfollati e quasi due milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria.

La vicinanza geografica con Uganda e Sud Sudan, unita ai frequenti movimenti transfrontalieri, aumenta in modo significativo il rischio di esportazione regionale del virus.

È proprio questo scenario che ha spinto l’Oms, lo scorso 16 maggio, a dichiarare il Public Health Emergency of International Concern (PHEIC), il massimo livello di allerta sanitaria internazionale previsto dal regolamento sanitario globale.

Le indicazioni dell’Oms ai Paesi confinanti
L’Organizzazione mondiale della sanità ha chiesto ai Paesi dell’area di rafforzare immediatamente:

  1. la sorveglianza attiva negli ospedali;
  2. il monitoraggio comunitario dei decessi sospetti;
  3. la capacità diagnostica laboratoristica;
  4. la formazione degli operatori sanitari sulle procedure di protezione individuale e controllo delle infezioni.

L’Oms ha invece sconsigliato restrizioni generalizzate ai viaggi e al commercio internazionale, giudicate inefficaci e prive di basi scientifiche, oltre che potenzialmente dannose per economie locali già fragili.

Con la nuova circolare, l’Italia si inserisce dunque nella strategia internazionale di contenimento, puntando su controlli mirati, tracciamento e sorveglianza sanitaria precoce per ridurre il rischio di importazione del virus senza interrompere i collegamenti internazionali.