Berlino dopo il 1989 non è soltanto una città che ha ritrovato la sua unità geografica. È, nella narrativa di Franca De Santis, il luogo simbolico in cui il passato continua a lavorare sotto traccia, trasformandosi in archivio, sospetto e strumento di potere. Protocollo Elena (Youcanprint, 2026) si muove in questo scenario con i toni del noir politico e della spy story, ma finisce per allargarsi a una riflessione più ampia sulla costruzione dell’identità nell’epoca della memoria manipolata.

Nella sua nota di lettura, il critico e scrittore Alberico Guarnieri evidenzia come il romanzo metta in scena una vera e propria “geografia del controllo”, dove archivi, documenti e dispositivi di registrazione non sono semplici tracce del passato, ma strumenti attivi di potere. La vicenda del protagonista Klaus, impegnato a indagare sulla morte di Jürgen, diventa così un percorso all’interno di una verità instabile, continuamente riscritta e mai definitivamente accessibile.

La città assume un ruolo centrale. La Berlino descritta da De Santis, con i suoi luoghi simbolo legati alla memoria della Germania Est, in particolare la Normannenstraße, sede storica della Stasi, non è solo uno sfondo realistico, ma una vera e propria metafora del controllo che sopravvive ai sistemi politici che lo hanno generato. Secondo Guarnieri, il romanzo suggerisce infatti una continuità tra passato e presente: la sorveglianza non scompare con la fine dei regimi, ma si trasforma.

In questa prospettiva, il riferimento al pensiero di Michel Foucault appare inevitabile. Il potere, come teorizzato dal filosofo francese, non si limita a reprimere, ma produce soggettività, organizza comportamenti e orienta la costruzione della memoria. Protocollo Elena mette in scena proprio questo meccanismo: un controllo che non agisce dall’esterno, ma che si insinua nei processi attraverso cui gli individui interpretano sé stessi e il proprio passato.

Uno degli elementi più significativi del romanzo è l’uso degli oggetti. Una macchina fotografica, un frigorifero della DDR, una vecchia pistola diventano frammenti di un mondo scomparso che continua però a esercitare la propria influenza. Non sono dettagli decorativi, ma indizi di una realtà dove tutto è traccia e tutto può essere manipolato.

Al centro della narrazione si colloca il misterioso “Progetto Elena”, nucleo concettuale dell’opera. Qui il romanzo affronta il tema della manipolazione dell’identità su scala biologica e ideologica, immaginando un sistema in grado di intervenire non solo sulla memoria, ma sulla stessa costruzione dell’essere umano. Elena diventa così il simbolo di una soggettività progettata, sottratta alla propria origine e riconfigurata dal potere.

Il confronto con la tradizione distopica è immediato. Il richiamo a 1984 di George Orwell emerge soprattutto nella centralità del rapporto tra passato e controllo politico. Tuttavia, come osserva Guarnieri, De Santis introduce una variazione significativa: non è la cancellazione della verità a dominare lo scenario, ma la sua proliferazione incontrollata. La realtà non viene eliminata, ma moltiplicata fino a diventare indecifrabile.

In questo quadro si inserisce anche la dimensione più esistenziale del romanzo. La crisi di Klaus non è solo investigativa, ma identitaria: la perdita di un’unica versione del passato si traduce nell’impossibilità di riconoscere una verità stabile su di sé. Il riferimento alla narrativa di Milan Kundera e alla tradizione centroeuropea della memoria frammentata rafforza questa lettura.

Accanto alla crisi della memoria, il corpo diventa un ulteriore campo di significazione. La malattia del protagonista non è un elemento accessorio, ma un correlativo fisico del disfacimento delle certezze storiche e morali. Il corpo che si ammala riflette un mondo in cui anche la verità perde consistenza.

Tra i passaggi più suggestivi individuati da Guarnieri vi è la metafora della “redazione”: i personaggi si percepiscono come testi continuamente corretti, riscritti, modificati. Un’immagine che sintetizza il cuore del romanzo: la realtà come processo editoriale permanente, dove nulla è definitivo e tutto può essere riscritto.

Il finale assume così un valore etico prima ancora che narrativo. La decisione di Klaus di proteggere Isabella non chiude soltanto l’intreccio, ma rappresenta un gesto di resistenza contro la logica del controllo. In un mondo dove le identità sono costruite e ricostruite dall’alto, il riconoscimento dell’altro diventa l’unico spazio possibile di verità.

Protocollo Elena, nella lettura di Alberico Guarnieri, si impone quindi come un noir che supera i confini del genere. Dietro l’intrigo e la struttura investigativa si apre una riflessione più ampia sulla fragilità della memoria contemporanea e sulle nuove forme di potere che, nell’epoca della sovrabbondanza informativa, non cancellano la verità ma la rendono irrimediabilmente ambigua.