Sicurezza, Stipendi e Pensioni: il fallimento del governo Meloni
Su sicurezza, stipendi, pensioni e tasse il governo Meloni sta fallendo clamorosamente. E il problema, ormai, non è più solo politico: è quotidiano, concreto, misurabile alla cassa del supermercato come nelle strade delle nostre città.
Sono passati sotto silenzio i dati sull’aumento del costo della vita a gennaio 2026. Come se non bastassero gli incrementi già registrati su gasolio, spedizioni, RC auto e sigarette, è aumentato anche il carrello della spesa, con un balzo superiore al 2%. Secondo le stime preliminari, i prezzi al consumo crescono dell’1,0% su base annua, tornando sopra i livelli di ottobre 2024 (+0,9%). Un dato che, preso da solo, potrebbe sembrare contenuto. Ma è nella sua composizione che racconta la vera storia.
A trainare l’inflazione sono infatti i beni essenziali: gli alimentari non lavorati (+2,5%), quelli lavorati (+2,2%), i servizi legati all’abitazione (+4,4%), i tabacchi (+3,3%) e i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3,0%). Il cosiddetto “carrello della spesa” segna un +2,1%, mentre l’inflazione di fondo si attesta all’1,8%.
Tradotto: non aumentano i lussi, aumentano le necessità. E gli stipendi restano fermi.
È vero, la propaganda di Palazzo Chigi riesce ancora a coprire molte cattive notizie. Sono bravissimi: più che un Istituto Luce, un vero e proprio Istituto Buio, capace di oscurare tutto. Ma c’è un limite che neppure la comunicazione può superare. Quando vai a fare la spesa non metti cuoricini su Instagram: paghi. E quando paghi ti accorgi che il racconto della premier non regge più.
Lo stesso accade sul fronte della sicurezza, altro pilastro della narrazione meloniana. L’immigrazione doveva essere “fermata”, i confini “difesi”, gli sbarchi “azzerati”. La realtà racconta l’opposto: sotto il governo Meloni gli sbarchi aumentano, mentre i rimpatri diminuiscono. Il risultato è un sistema fuori controllo, fatto di accoglienza improvvisata, mancanza di integrazione e crescente tensione sociale. Le nostre strade diventano più insicure non per colpa di chi arriva, ma per l’incapacità di chi governa di gestire il fenomeno con serietà, accordi efficaci e politiche strutturali.
Anche qui, tanta propaganda e pochi risultati. I proclami funzionano nei talk show, non nei quartieri dove i cittadini convivono ogni giorno con degrado, microcriminalità e assenza dello Stato. E la promessa di “tolleranza zero” si è trasformata nell’ennesima occasione mancata.
Intanto qualcosa si muove. A sinistra si intravedono i primi, timidi segnali di risveglio. A destra emergono i primi segnali di stanchezza. Figure come Vannacci non inventano nulla di nuovo, ma intercettano un disagio reale: quello di una parte dell’elettorato conservatore che si sente tradita. Un bacino di delusi destinato ad allargarsi.
Il 2026 si annuncia, quindi, come un anno politicamente molto più aperto di quanto oggi si voglia far credere. E la partita delle prossime elezioni politiche si giocherà soprattutto su tre temi che il governo aveva promesso di risolvere e che invece ha aggravato: sicurezza, stipendi e pensioni.
Sulle pensioni, in particolare, il fallimento è evidente. La Legge Fornero doveva essere cancellata “il giorno dopo” l’insediamento del governo Meloni. Non solo non è stata superata, ma è stata di fatto peggiorata, con l’asticella dell’età pensionabile che si alza ben oltre i 67 anni e con la prospettiva, se l’asse Meloni-Salvini dovesse restare al governo anche nella prossima legislatura, di arrivare addirittura a quota 70. Il tutto per assegni sempre più magri, quando non apertamente insufficienti a garantire una vita dignitosa.
La realtà, insomma, sta presentando il conto. E a differenza delle narrazioni meloniane, quel conto non si può riscrivere. Si può solo pagarlo.