Iran, decine di migliaia di persone ai funerali della Guida Suprema
Decine e decine di migliaia le persone che hanno partecipato a Teheran alla cerimonia pubblica dedicata all'ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema dell'Iran uccisa all'inizio della guerra combattuta contro Stati Uniti e Israele.
La vasta area del complesso di preghiera dell'Imam Khomeini Grand Mosalla si è riempita fin dalle prime ore del mattino di uomini e donne vestiti di nero, molti dei quali avvolti nelle bandiere della Repubblica Islamica e con in mano i ritratti di Khamenei e del figlio Mojtaba, designato come suo successore.
L'Iran ha organizzato una settimana di cerimonie funebri destinate a coinvolgere milioni di persone in diverse città del Paese. Dopo una prima esposizione riservata ai dirigenti iraniani e alle delegazioni straniere, il feretro della Guida Suprema è stato collocato all'esterno, protetto da una teca di vetro, insieme a quelli della figlia, del genero, della nuora e di una nipote di appena quattordici mesi, anch'essi rimasti uccisi nell'attacco che ha caratterizzato l'avvio della guerra illegale avviata da Israele e Stati Uniti contro il regime degli ayatollah.
Nonostante Mojtaba Khamenei sia stato indicato come nuovo leader della Repubblica Islamica, non è ancora apparso in pubblico. Secondo quanto riferito dalle autorità, avrebbe riportato ferite durante il bombardamento che è costato la vita al padre.
L'atmosfera all'interno del complesso religioso è stata caratterizzata da una forte partecipazione emotiva. Migliaia di fedeli hanno battuto il petto secondo la tradizione sciita del lutto, mentre dagli altoparlanti venivano scanditi slogan e inviti al cordoglio collettivo. Le grida di "Morte all'America" hanno accompagnato gran parte della cerimonia, confermando come il funerale abbia assunto anche il significato di una manifestazione politica e ideologica a sostegno della Repubblica Islamica, tanto che tra i partecipanti prevaleva il desiderio di vendicare la morte della Guida Suprema.
La cerimonia si svolge in uno dei momenti più delicati della storia recente dell'Iran. Nonostante le enormi perdite subite durante il conflitto, il sistema politico della Repubblica Islamica è rimasto in piedi. La classe dirigente, sostenuta dall'apparato militare e dai Pasdaran, presenta l'esito della guerra come una vittoria politica, sostenendo di essere riuscita a resistere all'offensiva della principale superpotenza mondiale e del suo alleato israeliano.
Il cessate il fuoco raggiunto con la mediazione del Pakistan ha consentito di congelare temporaneamente le ostilità e ha aperto la strada allo sblocco di miliardi di dollari di fondi iraniani detenuti all'estero, oltre ad alcune deroghe alle sanzioni finanziarie che negli ultimi anni avevano duramente colpito l'economia nazionale. Secondo le autorità di Teheran, queste misure potrebbero rappresentare l'inizio di una graduale ripresa economica.
Il prezzo pagato durante la guerra, tuttavia, è stato altissimo. Oltre tremila persone hanno perso la vita, tra cui numerosi comandanti militari, dirigenti politici e figure di primo piano dell'apparato statale. Diverse basi militari e infrastrutture strategiche sono state distrutte, provocando danni economici stimati in miliardi di dollari.
Parallelamente, l'Iran ha rivendicato di aver colpito basi statunitensi nella regione, di aver messo sotto pressione i Paesi del Golfo che le ospitano e di aver riaffermato il controllo sullo Stretto di Hormuz, contribuendo a un forte aumento dei prezzi internazionali dell'energia. Proprio le conseguenze economiche della crisi avrebbero favorito il raggiungimento della tregua.
Resta inoltre estremamente difficile comprendere quale sia oggi il reale livello di consenso interno verso il regime. Soltanto poche settimane prima dello scoppio della guerra, centinaia di migliaia di iraniani erano scesi in piazza contro il governo in manifestazioni represse con estrema violenza. Migliaia di persone avevano perso la vita durante quella repressione. Da quando sono iniziati gli attacchi di Israele e degli Stati Uniti, invece, quelle proteste sono praticamente scomparse dalla scena pubblica.
Questo non significa necessariamente che il dissenso sia svanito. In un Paese di circa novanta milioni di abitanti resta impossibile misurare quanto il sostegno mostrato nelle grandi manifestazioni organizzate dallo Stato rifletta realmente l'opinione dell'intera popolazione. Tuttavia, il conflitto sembra aver modificato profondamente gli equilibri interni.
Per anni l'attenzione internazionale si è concentrata soprattutto sull'Iran delle grandi città, delle università, delle giovani generazioni e delle proteste per i diritti civili. Quell'Iran esiste, ma non rappresenta l'intero Paese. Accanto ad esso continua a vivere un vasto tessuto sociale composto da aree rurali, ambienti religiosi, settori conservatori e fasce della popolazione profondamente legate alla Repubblica Islamica e ai suoi simboli.
Proprio questo elemento potrebbe rappresentare uno degli effetti politici più significativi della guerra. Un attacco militare condotto dall'esterno contro la massima autorità religiosa e politica dello Stato rischia infatti di produrre un fenomeno noto in molti contesti storici: quello della ricompattazione nazionale attorno alla leadership colpita. In particolare, nella tradizione sciita il martirio occupa un ruolo centrale nella costruzione dell'identità religiosa e politica. La morte della Guida Suprema per mano di un nemico esterno può quindi assumere un valore simbolico destinato a rafforzare la narrativa della Repubblica Islamica, alimentando sentimenti di appartenenza e di mobilitazione proprio negli ambienti più vicini all'integralismo religioso.
In questo senso, l'offensiva israelo-statunitense potrebbe aver prodotto un risultato diverso rispetto a quello ipotizzato dai suoi promotori. Anziché favorire un indebolimento del sistema teocratico o una sua rapida delegittimazione, il conflitto potrebbe aver consolidato la componente della società più fedele al potere religioso, rendendo ancora più difficile l'emergere delle istanze riformatrici che, fino a poco tempo prima della guerra, avevano animato le piazze iraniane.
Comprendere se questo effetto sarà temporaneo o destinato a modificare stabilmente gli equilibri politici del Paese richiederà tempo, ma il clima osservato durante le cerimonie funebri suggerisce che il nazionalismo e il richiamo religioso abbiano oggi acquisito un peso ancora maggiore nel dibattito interno iraniano.