Economia

Il futuro delle pensioni in Italia: silenzi, sfide e possibili soluzioni. Parla Gregorio Scribano

Il tema delle pensioni in Italia è sempre più avvolto nel silenzio, quasi fosse un tabù. Politici, sindacati e media, sembrano evitare un confronto aperto su un argomento che, invece, riguarda il futuro di milioni di lavoratori. Dietro questo silenzio si nasconde una crisi sociale ed economica profonda: un’età pensionabile sempre più alta e pensioni sempre più basse, insufficienti per garantire una vecchiaia dignitosa.

Sull'argomento abbiamo intervistato il Dottor Gregorio Scribano, social media manager ed esperto di politiche sociali e previdenziali, con un’esperienza pluriennale in citizen journalism, che ci ha aiutato a comprendere le ragioni di questa situazione e le possibili soluzioni.
Autore di numerosi articoli sul futuro del sistema pensionistico italiano ed europeo, Scribano è considerato una voce autorevole e indipendente nel dibattito sulle pensioni, capace di coniugare rigore tecnico e sensibilità sociale.

Dottor Scribano, perché in Italia il tema delle pensioni è diventato quasi un tabù? Perché se ne parla così poco, nonostante riguardi milioni di lavoratori?

Il motivo principale è che si tratta di un argomento molto complesso e delicato, che mette in gioco ingenti risorse economiche e ha forti implicazioni sociali. Politici e sindacati spesso preferiscono evitare un confronto aperto perché qualunque riforma rischia di essere impopolare. Il tema è strettamente legato a scelte difficili: innalzamento dell’età pensionabile, riduzione degli assegni, uso di risorse come il TFR. Tutto ciò genera paure e tensioni che la politica tende a gestire con prudenza, a scapito di un dibattito trasparente e necessario.

Qual è la situazione attuale del sistema pensionistico italiano e quali sono le principali criticità?

Il sistema italiano è uno dei più penalizzanti in Europa. L’età pensionabile è aumentata negli ultimi decenni fino a raggiungere i 67 anni e si prevede che salga ulteriormente nel 2027. Parallelamente, il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo ha ridotto gli importi pensionistici, penalizzando chi ha carriere discontinue o lavori usuranti. Ciò significa che molti lavoratori dovranno lavorare più a lungo e percepiranno pensioni più basse, spesso insufficienti per vivere dignitosamente. In più, l’adeguamento automatico all’aumento della speranza di vita rischia di far slittare ulteriormente l’uscita dal lavoro.

 Recentemente si è parlato di una proposta della Lega sull’uso del TFR per anticipare la pensione. Può spiegare di cosa si tratta e quali sono i pro e i contro?

La proposta prevede che i lavoratori possano utilizzare il TFR, cioè la liquidazione, trasformandolo in una rendita mensile che affianchi la pensione contributiva. Questo permetterebbe di andare in pensione a 64 anni con almeno 25 anni di contributi, anche se non si raggiunge la soglia economica minima dell’assegno previdenziale, oggi fissata a circa 1.616 euro mensili. Da un lato, questa soluzione darebbe maggiore flessibilità e potrebbe alleviare la fatica di chi non riesce a raggiungere i requisiti pensionistici tradizionali. Dall’altro, c’è il rischio concreto che i lavoratori “spendano” una risorsa fondamentale, il TFR, che potrebbe essere invece utile per altre necessità. Inoltre, la proposta è su base volontaria e a carico dei singoli lavoratori, quindi non è una soluzione a costo zero.

Quali sono le alternative più efficaci per garantire una pensione dignitosa e un’età di uscita dal lavoro sostenibile?

La soluzione ideale sarebbe un ritorno ad un sistema più equilibrato, che tenga conto sia della sostenibilità finanziaria sia dell’equità sociale. Per esempio, ripristinare meccanismi di adeguamento automatico come la “scala mobile” per gli stipendi e le pensioni, adeguandoli al costo reale della vita. Inoltre, sarebbe fondamentale rivedere i coefficienti di trasformazione per non penalizzare chi ha carriere discontinue e garantire che gli assegni pensionistici siano proporzionati all’ultimo stipendio percepito, per tutelare il tenore di vita. E, infine, ma non per questo meno importante, anzi fondamentale, riportare l'asticella dell'età pensionabile ad un limite massimo di 65 anni.

Lei parla spesso del “pollo statistico” di Trilussa per spiegare la questione della speranza di vita. Può chiarire questo concetto?

Certamente. Il “pollo statistico” è una metafora che spiega come le medie e le statistiche possano ingannare. Se uno mangia due polli e un altro nessuno, mediamente hanno mangiato un pollo a testa. Ma nella realtà, uno resta a digiuno. Allo stesso modo, la speranza di vita media in Italia è in aumento, ma non tutti vivono a lungo. Molti lavoratori muoiono prima di andare in pensione, soprattutto se hanno avuto lavori pesanti o condizioni di salute precarie. È un problema di equità: non si può legare l’età pensionabile solo ad una media che non rispecchia la realtà di tutti.

 Un altro tema che lei sostiene con forza è "il riscatto degli anni universitari conseguiti lavorando". Perché è importante?

È fondamentale perché oggi in Italia gli anni di studio universitario possono essere riscattati ai fini pensionistici solo se conseguiti prima dell’inizio del lavoro. Chi ha studiato lavorando, con mille sacrifici, conciliando studio, lavoro, famiglia, è escluso da questo beneficio. Questa disparità penalizza chi ha investito impegno e sacrificio per migliorare la propria posizione professionale. Inoltre, il riscatto degli anni di studio è a costo zero per lo Stato, perché il lavoratore paga un contributo volontario. Estendere questo diritto è un atto di giustizia sociale e favorisce un sistema previdenziale più equo e sostenibile.

In conclusione, cosa dovrebbe fare il governo italiano nel breve periodo per non tradire le aspettative dei cittadini?

Il governo dovrebbe innanzitutto mantenere le promesse fatte in campagna elettorale sul superamento della Legge Fornero e, nell'immediato, bloccare l’adeguamento automatico dell’età pensionabile previsto per i prossimi anni, rivedere i coefficienti di trasformazione per evitare di penalizzare chi ha carriere discontinue e stipendi medio-bassi, e introdurre flessibilità strutturale per consentire uscite anticipate in condizioni eque. Serve inoltre un confronto serio con sindacati e parti sociali per una riforma complessiva che metta fine alle rigidità della legge Fornero, garantendo pensioni dignitose e un’uscita dal lavoro compatibile con la realtà sociale ed economica. Il tempo per le promesse è finito: bisogna agire subito, prima che la situazione diventi irreversibile.

Dottor Scribano, quali sono le reali aspettative dei lavoratori italiani rispetto ad una riforma pensionistica?

I lavoratori italiani si aspettano una riforma chiara e concreta, che riporti l’età pensionabile a un massimo di 65 anni. È questa la soglia ritenuta giusta per consentire un equo equilibrio tra vita lavorativa e meritato riposo, considerando la fatica fisica e mentale accumulata nel corso degli anni. Non solo: l’assegno pensionistico dovrebbe garantire un tenore di vita almeno pari a quello percepito negli ultimi anni di lavoro, per evitare che la pensione rappresenti un drastico calo del reddito e, quindi, della dignità sociale.

Perché questo punto è così cruciale?

Perché attualmente la realtà è molto diversa: l’età pensionabile si allunga sempre più, superando i 67 anni e destinata a salire ulteriormente, mentre l’importo delle pensioni diminuisce a causa dei coefficienti di trasformazione e del sistema contributivo. Di fatto, si lavora più a lungo per percepire meno. Questo è inaccettabile e genera un forte senso di ingiustizia e frustrazione.

Come si può realizzare questa riforma?

Servirebbe innanzitutto un blocco degli aumenti automatici legati alla speranza di vita, un ritorno a criteri più umani e realistici. Inoltre, occorre rivedere i coefficienti di calcolo delle pensioni per garantire che l’assegno sia proporzionato all’ultimo stipendio senza gravose penalizzazioni. Infine, la riforma dovrebbe essere strutturale, frutto di un confronto serio tra Governo, sindacati e parti sociali, capace di mettere fine ad una situazione di incertezza e insicurezza che oggi pesa su milioni di italiani.

Che messaggio vuole lasciare ai nostri lettori?

Il futuro delle pensioni riguarda tutti: non è un tabù da evitare, ma un tema da affrontare con coraggio e trasparenza. La riforma che serve ai lavoratori italiani non è una concessione, ma un diritto: poter andare in pensione a 65 anni con una pensione dignitosa che consenta loro di vivere con serenità dopo una vita di lavoro. È tempo di mettere fine a promesse vuote e iniziative timide, e di costruire un sistema pensionistico che sia davvero giusto, sostenibile e rispettoso della dignità di chi lavora. E poi la risposta finale all'operato del governo  la daranno gli italiani alle prossime elezioni politiche.

Autore Gregorio Scribano
Categoria Economia
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