"Sto ascoltando il generale alla tivù. Ha citato Marx e Gramsci (due volte, anzi tre…e sarebbe bastato questo per spegnere l’apparecchio….).
In meno di mezz’ora ha detto una quantità di bestialità incivili e incostituzionali.
Sbagliato sottovalutarne il pericolo.
Di fronte a un razzista, fascista, violento e maschilista o si sta zitti e si spera che l’onda si spiaggi o lo si contrasta con ogni argomento in Parlamento, nell’informazione e nella costruzione di una alternativa credibile a quella destra che quest’uomo alla fine, pure di vincere, arruolerà.
Mala tempora, ma è tempo di non tacere".
Questo riportato è il commento a caldo di Gianni Cuperlo, deputato PD, relativo alle dichiarazioni rilasciate ieri sera da Roberto Vannacci, ospite della trasmissione tv In Onda su La7. Se una persona notoriamente rispettosa ed ironica come Cuperlo si lascia andare a dichiarazioni così nette rivolte all'ex generale (razzista, fascista, violento e maschilista), vuol dire che è arrivato il momento di preoccuparci e seriamente...
La partecipazione di Roberto Vannacci a In Onda su La7 non ha rappresentato soltanto l'ennesima occasione per rilanciare slogan su immigrazione, sicurezza e identità nazionale. Ha offerto, soprattutto, un'idea di società che richiama una concezione autoritaria dello Stato e della cittadinanza, nella quale i diritti sembrano diventare concessioni revocabili e il dissenso culturale viene trattato come un ostacolo anziché come una componente essenziale della democrazia costituzionale.
Sentire affermare che «i clandestini devono tornare a casa» rientra ormai nel repertorio della propaganda della destra radicale. Più inquietante è il passo successivo: sostenere che cittadini italiani in possesso di una seconda cittadinanza, qualora commettano determinati reati, possano vedersi revocato il passaporto ed essere "accompagnati all'uscita". Non si parla più di contrasto all'immigrazione irregolare, ma della possibilità di distinguere gli italiani in categorie: quelli pienamente titolari dei propri diritti e quelli che possono perdere la cittadinanza perché considerati, in fondo, semplici "ospiti". È una visione che entra in tensione con il principio costituzionale di uguaglianza e con l'idea stessa di cittadinanza come legame giuridico stabile tra individuo e Stato.
Lo stesso schema si ritrova nel rifiuto del reato di femminicidio. La frase «non serve un reato speciale» viene giustificata invocando l'uguaglianza formale davanti alla legge. Ma ignorare il significato sociale e culturale della violenza di genere significa fingere che un fenomeno strutturale sia soltanto una somma di casi individuali. È la differenza tra leggere la realtà e scegliere deliberatamente di non vederla.
Poi arrivano i "maranza", trasformati nell'ennesimo simbolo della paura collettiva. La politica del nemico ha sempre bisogno di un bersaglio: ieri il diverso, oggi il migrante, domani chiunque possa essere indicato come responsabile dei problemi del Paese. È una strategia comunicativa antica quanto efficace: alimentare la percezione dell'assedio, promettere ordine, individuare un capro espiatorio.
Perfino il riferimento ad Antonio Gramsci è apparso emblematico del clima culturale evocato durante la trasmissione. Alla citazione del fondatore del Partito Comunista d'Italia, Vannacci ha reagito con un «Gramsci è morto?» seguito da «Ci fa piacere». Il passaggio non è una semplice battuta infelice, ma l'ennesima dimostrazione di come il confronto politico venga sostituito dalla derisione dell'avversario e della sua storia. In una democrazia matura si possono criticare radicalmente le idee di Gramsci; ben altra cosa è esultare per la morte di uno dei maggiori intellettuali del Novecento italiano, perseguitato dal regime fascista e morto dopo anni di carcere e sofferenze.
Il filo rosso che lega queste dichiarazioni è evidente. Non siamo di fronte a un programma amministrativo o economico, ma a una narrazione fondata sull'identità contro i diritti, sull'appartenenza contro l'inclusione, sulla forza contro le garanzie.
È una retorica che si richiama direttamente al fascismo: l'idea della comunità nazionale come corpo omogeneo, la diffidenza verso il pluralismo, la convinzione che alcuni cittadini siano meno legittimi di altri e che la sicurezza possa prevalere sulle tutele costituzionali.
Ma la puntata di In Onda ha mostrato anche un altro aspetto, forse ancora più significativo.
Finché il terreno resta quello degli slogan, delle provocazioni e delle parole d'ordine, il consenso cresce. Quando però la discussione si sposta sulle coperture economiche, sulle risorse necessarie, sui numeri e sulla concreta realizzabilità delle proposte, l'impianto comincia a scricchiolare. Alla richiesta di spiegare come finanziare i propri progetti, Vannacci ha reagito infastidito, arrivando a chiedere: «E che siamo in un poliziesco americano?». È proprio qui che il populismo mostra il suo limite più evidente: trasformare ogni domanda di merito in un attacco personale, evitando accuratamente di rispondere.
Governare un Paese non significa trovare ogni giorno un nuovo nemico da additare. Significa predisporre bilanci, scegliere priorità, reperire risorse, assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie decisioni. Su questo terreno non bastano la rabbia, i post sui social o le provocazioni televisive.
La politica del "cattivismo" è semplice da raccontare e spesso efficace dal punto di vista elettorale. Promette soluzioni immediate a problemi complessi, individua colpevoli sempre diversi e alimenta l'illusione che basti essere più duri per governare meglio. È una scorciatoia che può raccogliere applausi, ma che mai produce risposte.
La democrazia, al contrario, vive di equilibrio, di diritti, di controlli reciproci e di rispetto delle minoranze. Quando il dibattito pubblico viene sostituito dalla ricerca del nemico, quando il consenso si costruisce attraverso la paura anziché con proposte verificabili, il rischio non è soltanto quello di impoverire la qualità della politica. È quello di abituare i cittadini all'idea che la forza conti più delle regole e che i diritti possano dipendere da chi siamo, da dove veniamo o da quanto risultiamo graditi al potere del momento.
Ed è forse questo il pericolo più grande. Non tanto il successo di un singolo leader, ma la progressiva normalizzazione di un modo di fare politica che riduce la complessità a slogan, trasforma il dissenso in un bersaglio e considera le garanzie costituzionali un fastidio. Una democrazia si indebolisce proprio quando una parte dell'opinione pubblica smette di chiedere prove, numeri e risultati, accontentandosi di parole che fanno rumore. La storia europea insegna che la propaganda può conquistare consenso molto più velocemente della competenza. Ma insegna anche che, prima o poi, è sempre la realtà a presentare il conto.


