Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato mercoledì su X che il suo secondo incontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è concentrato sulla liberazione degli ostaggi detenuti a Gaza e ha sottolineato la sua determinazione a "eliminare" le capacità militari e governative di Hamas. Netanyahu ha poi aggiunto di aver discusso anche delle conseguenze e delle possibilità della "grande vittoria che abbiamo ottenuto sull'Iran".
יום קשה לעם ישראל. איבדנו חמישה מלוחמינו הגיבורים. הלב נשבר, אך הרוח לא נכנעת.
— Benjamin Netanyahu - בנימין נתניהו (@netanyahu) July 8, 2025
למשפחות: אנחנו מחבקים אתכם. לכל עם ישראל אני אומר: נמשיך עד הסוף ונשלים את משימות המלחמה בעזה. pic.twitter.com/MMK0Sp0y8E
Martedì Trump ha incontrato Netanyahu per la seconda volta in due giorni per discutere della situazione a Gaza. L'inviato del presidente in Medio Oriente ha affermato che Israele e Hamas sono prossimi a un accordo per un cessate il fuoco dopo 21 mesi di guerra.
Steve Witkoff, inviato speciale di Trump per il Medio Oriente, ha affermato che il numero di problematiche che impediscono a Israele e Hamas di raggiungere un accordo è diminuito da quattro a uno, esprimendo ottimismo per il raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco temporaneo entro la fine della settimana.
Ma qual è il nodo al momento insuperabile che impedisce la tregua? Probabilmente l'asse Morag: un corridoio militare, costruito ad aprile 2025, che si estende per circa 12 chilometri tra Khan Yunis e Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. Oggi è molto più di una linea sulla mappa: è l'ultima trincea negoziale, la posta in gioco che potrebbe decidere le sorti dell'accordo.
Cos'è l'asse Morag? Formalmente, si tratta di un corridoio militare largo fino a 1,5 km, istituito da Israele con lo scopo dichiarato di interrompere le comunicazioni tra le due principali città del sud di Gaza. Di fatto, però, è diventato un confine interno, una barriera operativa che taglia in due la Striscia e blocca i movimenti di Hamas sia in superficie che nel sottosuolo. Alcuni lo chiamano già "la Seconda Filadelfia", in riferimento al corridoio tra Rafah e l'Egitto che ha storicamente limitato il traffico di armi.
Perché è diventato un problema? Hamas pretende il ritiro totale delle forze israeliane da tutta la Striscia come condizione per firmare il cessate il fuoco. Israele, invece, ha fissato una linea rossa: non intende abbandonare l'asse Morag. Questo punto sta rallentando, se non bloccando, la chiusura dell'accordo, nonostante ci sia stato margine di flessibilità su altri fronti, come la partecipazione dell'ONU alla distribuzione degli aiuti umanitari.
Per Israele, mantenere il controllo dell'asse Morag significa avere una "zona cuscinetto operativa" all'interno della Striscia. L'IDF (le Forze di Difesa Israeliane) lo considera uno strumento chiave per prevenire il ritorno dei combattenti di Hamas a Rafah, identificare infrastrutture nemiche, e garantire una presenza militare rapida e reattiva nel sud. In breve: un mezzo per esercitare pressione costante anche in tempo di tregua.
L'asse, inoltre, garantisce flessibilità operativa. Attraverso di esso, le truppe possono muoversi, rifornirsi, o bloccare nuovi tentativi di consolidamento del controllo da parte di Hamas. Dal punto di vista politico, è un modo per "tenere un piede nella porta": Israele non vuole rinunciare alla possibilità di intervento rapido, nemmeno dopo un accordo formale di cessate il fuoco.
Per Hamas, l'asse Morag rappresenta molto di più di un problema tattico. È una minaccia politica diretta. Accettare la sua esistenza anche dopo un cessate il fuoco significherebbe riconoscere una presenza militare israeliana permanente nel cuore del sud di Gaza — e quindi legittimare, di fatto, una forma di occupazione. Inaccettabile, dal loro punto di vista, perché comprometterebbe qualsiasi prospettiva di recupero del controllo territoriale.
In sintesi, l'asse Morag è il simbolo concreto della sfiducia reciproca tra le due parti: Israele vuole garanzie operative che permettano un contenimento continuo di Hamas, mentre Hamas non accetterà mai un cessate il fuoco che, nei fatti, formalizzi una perdita di sovranità.
Fino a quando nessuno dei due cederà su questo punto, l'accordo resta bloccato. E con esso, ogni prospettiva immediata di tregua e di riduzione della sofferenza per i civili intrappolati nel conflitto. L'asse Morag, costruito come un'infrastruttura militare, si è trasformato in un'architrave politica. E come tale, resta in bilico sul fragile equilibrio di una pace ancora lontana.
🇵🇸 This was Gaza — before it was reduced to dust.💔
— Fekunator (@Fekunator) June 30, 2025
Homes. Schools. Playgrounds. Memories.😢
Wiped out in the name of “defense.”
This isn’t war — it’s the massacre of innocent children and civilians.
Stop the genocide. Stop the silence.#GazaGenocide pic.twitter.com/SQueQ81saS
Intanto a Gaza prosegue il genocidio.
Secondo il Ministero della Salute dell'enclave, nelle ultime 24 ore almeno 105 palestinesi sono stati uccisi e 530 feriti negli attacchi israeliani a Gaza. Secondo la dichiarazione pubblicata su Telegram, il bilancio delle vittime include 7 persone uccise e 57 ferite mentre cercavano di ottenere gli aiuti.
Secondo il ministero, la guerra di Israele a Gaza ha causato la morte di 57.680 persone e il ferimento di 137.409, dal 7 ottobre 2023. Le vittime tra coloro che si sono recati presso i centri di distribuzione degli aiuti umanitari della GHF ha raggiunto il bilancio di 773 morti e 5.101 feriti.
E come se già questo non fosse sufficiente a dimostrare l'intento genocidario dello Stato ebraico di Israele, va ricordato che proseguono le violenze, le ruberie, le distruzioni e le uccisioni in Cisgiordania da parte dei terroristi ebrei, altrimenti conosciuti come coloni, con il supporto dell'esercito israeliano, grottescamente definito com il più morale al mondo.


