L'Europa prova a tornare protagonista nel negoziato per la pace in Ucraina. E lo fa senza l'Italia.
A Londra, nella residenza di Downing Street, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato il primo ministro britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron. Un vertice che rappresenta molto più di una semplice consultazione diplomatica: è il tentativo concreto delle principali potenze europee di costruire un percorso negoziale capace di portare a un cessate il fuoco e, successivamente, a una pace stabile tra Kiev e Mosca.
Al termine dell'incontro, i quattro leader hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale sostengono apertamente la proposta avanzata da Zelensky di avviare colloqui diretti con Vladimir Putin, con il coinvolgimento attivo sia degli Stati Uniti sia dell'Europa.
Una presa di posizione che certifica la volontà del continente di non lasciare il futuro della sicurezza europea nelle sole mani di Washington e di non restare spettatore di una guerra che si combatte nel cuore dell'Europa da oltre quattro anni.
L'asse dei grandi europei
La fotografia del vertice è significativa. Da una parte Zelensky, leader di un Paese che continua a subire pesantissimi bombardamenti russi. Dall'altra i tre principali leader politici europei: il Regno Unito, la Germania e la Francia.
Si tratta dei Paesi che negli ultimi anni hanno sostenuto maggiormente l'Ucraina sul piano finanziario, militare e diplomatico e che oggi guidano il cosiddetto formato E3, l'alleanza informale che coordina le principali iniziative europee sulla sicurezza continentale.
Nella dichiarazione finale i leader hanno ribadito che qualsiasi accordo dovrà partire da alcune condizioni considerate non negoziabili.
- La prima è un cessate il fuoco immediato e completo.
- La seconda è che l'attuale linea del fronte costituisca il punto di partenza per eventuali trattative.
- La terza riguarda le garanzie di sicurezza per Kiev, che dovrebbero essere giuridicamente vincolanti e comprendere anche il dispiegamento di una forza multinazionale.
Infine, Francia, Germania, Regno Unito e Ucraina hanno ribadito che i beni russi congelati in Europa dovranno restare immobilizzati fino a quando Mosca non avrà risarcito i danni causati dalla guerra.
Una posizione che segna una netta distanza dalle richieste russe e che dimostra come l'Europa intenda presentarsi al tavolo negoziale con una propria strategia politica.
Zelensky cerca una via diplomatica
L'iniziativa diplomatica nasce da una lettera aperta che Zelensky ha inviato nei giorni scorsi a Vladimir Putin. Nel documento il presidente ucraino ha proposto un incontro diretto per discutere la fine della guerra.
Come dichiarato da Zelensky, la Russia sta pagando un prezzo crescente in termini economici e sociali: inflazione elevata, carenza di carburante e crescente stanchezza della popolazione nei confronti del conflitto. Da qui la convinzione che possa esistere uno spazio per una soluzione negoziale.
Il leader ucraino ha inoltre sottolineato come l'attenzione degli Stati Uniti sia oggi fortemente concentrata sulla crisi mediorientale e sul confronto con l'Iran. Aspettare che Washington torni a dedicarsi pienamente al conflitto ucraino, sostiene Zelensky, sarebbe un errore strategico. Per questo Kiev punta a rafforzare il ruolo europeo.
Dopo il vertice londinese, il presidente ucraino ha scritto sui social che per il suo Paese è fondamentale che "la voce dell'Europa sia forte e unita nei negoziati".
Parole che riflettono una realtà sempre più evidente: l'Ucraina considera ormai l'Europa non solo come un alleato militare ma come un attore politico indispensabile per qualsiasi futura architettura di pace.
Putin chiude la porta
Da Mosca, però, la risposta è stata gelida. Putin ha respinto la proposta di incontro avanzata da Zelensky, sostenendo di non considerarla sincera e affermando di non vedere al momento alcuna utilità in un vertice diretto.
Il presidente russo continua a sostenere che prima di qualsiasi incontro sia necessario definire le basi di un accordo di lungo periodo.
Una posizione coerente con la linea mantenuta dal Cremlino negli ultimi mesi: disponibilità teorica al dialogo, ma nessuna apertura concreta sulle principali richieste ucraine.
Lo stesso Putin, durante un recente incontro con la stampa internazionale, ha comunque riconosciuto che le proposte di pace avanzate dal presidente americano Donald Trump potrebbero rappresentare una base per porre fine ai combattimenti, purché Kiev accetti compromessi significativi.
Una condizione che, almeno allo stato attuale, appare difficilmente accettabile per il governo ucraino.
L'assenza che pesa: dov'è l'Italia?
Se il vertice di Londra ha messo in evidenza la volontà europea di contare di più, ha anche mostrato un'assenza politicamente significativa. Quella della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Non c'era l'Italia attorno al tavolo dove si discuteva del futuro della guerra più importante combattuta sul continente europeo dalla Seconda guerra mondiale. Non c'era nel gruppo ristretto che oggi cerca di definire le condizioni della pace. Non c'era tra i leader che hanno elaborato una posizione comune sulle garanzie di sicurezza per Kiev.
Un'assenza che difficilmente può essere liquidata come una semplice questione di formato diplomatico.
Negli ultimi anni Meloni ha cercato di costruire l'immagine di un'Italia protagonista sulla scena internazionale, forte del rapporto privilegiato con Washington e dei rapporti personali sviluppati con diversi leader occidentali.
Eppure, quando si entra nel cuore delle grandi decisioni strategiche europee, il baricentro continua a essere rappresentato dall'asse Londra-Parigi-Berlino.
Le immagini provenienti da Downing Street raccontano una realtà difficile da ignorare: mentre Francia, Germania e Regno Unito discutono direttamente con Zelensky delle condizioni per una futura pace, l'Italia osserva da lontano.
È un dato che alimenta interrogativi sul reale peso politico dell'attuale governo italiano nei dossier internazionali più delicati. Soprattutto perché Roma è uno tra i contributori finanziari e militari al sostegno dell'Ucraina e perché la sicurezza europea riguarda direttamente anche gli interessi strategici italiani.
Una nuova fase per l'Europa
Il vertice londinese rappresenta probabilmente l'inizio di una nuova fase. Con gli Stati Uniti sempre più assorbiti dalle crisi mediorientali e dalla competizione globale con la Cina, le grandi capitali europee sembrano aver compreso che il futuro della sicurezza del continente non può dipendere esclusivamente dalle decisioni di Washington. Da qui la volontà di assumere un ruolo più diretto nei negoziati.
La strada verso la pace resta tuttavia lunga e complessa. Mosca continua a mantenere una posizione rigida. Kiev chiede garanzie che la Russia considera inaccettabili. E sul terreno continuano i bombardamenti e gli attacchi missilistici.
Ma il messaggio uscito da Londra è chiaro: l'Europa vuole sedersi al tavolo dove si deciderà il futuro dell'Ucraina.
La domanda che resta aperta è se tra i protagonisti di quel tavolo ci sarà anche l'Italia o se il governo Meloni continuerà a inseguire una centralità internazionale che, nei momenti decisivi, non esiste più.


