Cinquemila persone a Tel Aviv per chiedere la fine della guerra e dell'occupazione, ma televisioni e giornali guardano altrove. Intanto, dentro la sinistra israeliana cresce un linguaggio sempre più duro contro governo, esercito e coloni.

C'è un dato che, più delle parole pronunciate dal palco del “Vertice per la Pace dei Popoli” di Tel Aviv, racconta la profondità della frattura che attraversa oggi Israele: cinquemila persone riunite per discutere di pace, convivenza e fine dell'occupazione quasi ignorate dai principali media nazionali, mentre la contemporanea Likudiada del partito di Benjamin Netanyahu — evento che ha registrato una partecipazione modesta e persino imbarazzante — ha monopolizzato televisioni, giornali e siti d'informazione.

La denuncia lanciata da Tami Yakira, coordinatrice della coalizione “È Ora”, composta da oltre ottanta organizzazioni della società civile israeliana, colpisce proprio per la sua brutalità: “I media israeliani presentano una realtà in cui non esiste un fronte pacifista in Israele e non c'è alternativa”. Una frase che, letta nel clima politico attuale, assume il peso di un atto d'accusa non soltanto contro il governo Netanyahu, ma contro l'intero sistema mediatico e culturale israeliano, accusato di aver cancellato dal dibattito pubblico qualsiasi ipotesi di soluzione politica al conflitto con i palestinesi.

Eppure il contrasto con quanto accadeva, nelle stesse ore, a Eilat era clamoroso. La Likudiada, tradizionale kermesse del Likud, ha mostrato segnali di debolezza difficili da ignorare: partecipazione ridotta, eventi svuotati, fino all'annullamento del discorso del ministro della Giustizia Yariv Levin per assenza di pubblico. Nonostante questo, i riflettori mediatici sono rimasti puntati quasi esclusivamente lì, mentre il summit pacifista veniva confinato ai margini dell'informazione nazionale.

Il messaggio implicito appare evidente: parlare di pace, oggi, è considerato [in Israele] irrilevante, ingenuo o addirittura fastidioso. Non è un caso che nella politica israeliana contemporanea l'idea stessa di uno Stato palestinese venga spesso liquidata come una fantasia fuori dal tempo. La convinzione che “non esista un partner” e che Israele sia destinato a vivere permanentemente in uno stato di guerra sembra essersi trasformata, più che in una posizione politica, in una verità quasi obbligatoria.

Ma proprio questa rimozione ha prodotto un effetto opposto a quello sperato. Liberato dalla necessità di inseguire il consenso dei grandi media, il fronte pacifista israeliano sembra aver abbandonato ogni prudenza linguistica. Sul palco del vertice, infatti, le parole usate sono state durissime. Palestinesi provenienti da Gaza, Cisgiordania e comunità arabe israeliane hanno parlato apertamente di genocidio, pulizia etnica, occupazione e crimini di guerra. E, fatto forse ancora più significativo, molti relatori ebrei israeliani hanno utilizzato toni non meno severi contro il proprio governo e contro l'esercito.

Le testimonianze più forti sono arrivate da chi porta addosso il trauma del 7 ottobre. Yonatan Zeigen, figlio dell'attivista pacifista Vivian Silver, uccisa da Hamas, ha spezzato una delle narrazioni più consolidate degli ultimi mesi: “Le violenze non sono iniziate il 7 ottobre”, ha dichiarato, sostenendo che la morte di sua madre “si sarebbe potuta evitare”. Ancora più netto Dor Inon, nipote di due vittime dell'attacco di Hamas, che ha denunciato “l'uso cinico” del dolore da parte delle autorità israeliane e la convinzione, propagandata dall'establishment militare, che la sicurezza israeliana possa essere costruita sul sangue di palestinesi, libanesi o iraniani. “Non si può comprare il paradiso con il sangue”, ha detto tra gli applausi.

È qui che emerge il vero cambiamento politico. Per anni il cosiddetto “campo della pace” israeliano ha criticato soprattutto i governi, mantenendo però un atteggiamento quasi sacrale verso l'esercito. Oggi questa distinzione sembra saltata. Gli attivisti della “presenza protettiva”, coloro che si frappongono fisicamente tra coloni armati e villaggi palestinesi in Cisgiordania, sono diventati i simboli più applauditi del vertice. E il bersaglio delle accuse non sono più soltanto i coloni estremisti, ma anche i vertici militari e i soldati accusati di assistere o partecipare alle violenze.

Si tratta di una trasformazione culturale profonda. L'occupazione non viene più raccontata come una deviazione temporanea o come il prodotto di una minoranza fanatica, bensì come un sistema strutturale sostenuto dallo Stato stesso. Anche il lessico tradizionale della sinistra sionista — quello della “maggioranza ebraica” da preservare e dello “Stato ebraico e democratico” — appare improvvisamente sfocato, quasi secondario, rispetto ai temi della resistenza civile, dell'uguaglianza e della collaborazione ebraico-araba.

Non è un caso che i parlamentari Gilad Kariv e Na'ama Lazimi abbiano scelto di insistere proprio su questi concetti, parlando apertamente di “terrorismo dei coloni”, di espulsioni e della necessità di includere i partiti arabi nella futura governance del Paese. È un linguaggio che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato marginale persino all'interno della sinistra israeliana.

Eppure sarebbe un errore scambiare questo vertice per il segnale di una svolta imminente. La realtà politica israeliana resta dominata dalla destra e dalla sicurezza militarizzata. I Democratici, il partito che rappresenta questo fronte progressista, nei sondaggi fatica a raggiungere dieci seggi su centoventi alla Knesset. E anche l'eventuale caduta di Netanyahu potrebbe non cambiare davvero la direzione del Paese, soprattutto se il futuro governo dovesse essere guidato da Naftali Bennett, figura storicamente legata al movimento dei coloni.

La contraddizione, dunque, resta enorme. Da una parte una minoranza sempre più radicale nella critica all'occupazione e alla guerra; dall'altra una società che continua a spostarsi verso destra, mentre il trauma del 7 ottobre viene utilizzato per giustificare una militarizzazione permanente del conflitto.

Ma il dato forse più interessante emerso da Tel Aviv è un altro: una parte della società israeliana sembra aver smesso di chiedere il permesso di esistere. Dopo anni di marginalizzazione politica e mediatica, il fronte pacifista appare meno interessato a risultare rassicurante o moderato. Se il consenso è ormai irraggiungibile, allora — sembra essere la conclusione — tanto vale dire apertamente ciò che si pensa.

Ed è probabilmente proprio questo, più ancora delle cinquemila persone presenti in sala, a preoccupare davvero il potere israeliano.



Fonte: Something is shifting in Israel’s peace camp di Meron Rapoport su +972 Magazine