Da alleata a serva il passo è breve, soprattutto quando la politica estera viene ridotta a esercizio di accondiscendenza verso il più forte. La premier Giorgia Meloni ha scelto il salotto televisivo di Porta a Porta, nella puntata celebrativa dei trent'anni del programma, per affrontare uno dei nodi più delicati dello scenario internazionale: la possibile adesione dell'Italia al cosiddetto “Board of Peace”, organismo ideato dall'amministrazione Trump per Gaza e diventato di fatto un'alternativa alle Nazioni Unite.

Un'operazione che puzza di unilateralismo lontano un miglio, pensata per aggirare il multilateralismo e imporre una “pace” dettata dagli equilibri di forza, non certo dal diritto internazionale. Un progetto che tutti i Paesi europei hanno compreso e respinto, senza tentennamenti. Tutti, tranne l'Italia guidata da Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio, infatti, non dice no. Dice “non ora”. Un rifiuto obtorto collo, accompagnato da una lunga serie di distinguo che suonano più come una giustificazione nei confronti del padrone Trump, invece che una presa di posizione politica. L'Italia, spiega Meloni, è “interessata” al Board of Peace, ma non può firmare immediatamente perché alcuni articoli dello statuto potrebbero essere incompatibili con l'articolo 11 della Costituzione, che consente cessioni di sovranità solo in condizioni di parità tra gli Stati.

Una motivazione formalmente corretta, ma politicamente rivelatrice. Perché mentre si invoca la Costituzione come ostacolo tecnico, si ribadisce più volte la “disponibilità”, l'“apertura”, l'“interesse” verso un organismo che nasce esplicitamente per scavalcare l'ONU e ridisegnare le regole del gioco internazionale secondo la visione trumpiana.

Meloni arriva persino a sostenere che auto-escludersi da questo organismo non sarebbe una scelta “intelligente”, né per l'Italia né per l'Europa. Una dichiarazione che certifica l'isolamento politico del nostro Paese: l'Europa si è già chiamata fuori, consapevole della natura ambigua e pericolosa dell'iniziativa. L'Italia invece resta alla finestra, con la penna in mano, pronta a firmare appena si troverà una formula giuridica accettabile.

Nemmeno l'invito a Vladimir Putin nel Board of Peace sembra turbare la premier, che liquida le critiche come pretestuose. Sedersi al tavolo con interlocutori “distanti”, sostiene, è normale in qualsiasi organismo multilaterale. Un'argomentazione che ignora volutamente il punto centrale (nella speranza che lo abbia compreso!): questo non è un organismo multilaterale legittimato, ma un contenitore politico costruito ad hoc, fuori dai circuiti del diritto internazionale, per normalizzare rapporti e decisioni senza vincoli reali.

Infine, Meloni respinge l'accusa di essere remissiva nei confronti di Donald Trump. Rivendica la ricerca di “accordi” e chiede quale sarebbe l'alternativa: rompere con gli alleati storici, chiudere le basi americane, uscire dalla NATO? Una retorica binaria e ricattatoria, che confonde l'alleanza con la subordinazione e trasforma ogni critica in un'ipotesi di suicidio geopolitico.

Ma è proprio qui che cade la maschera. Nessuno chiede all'Italia di rompere con gli Stati Uniti. Si chiede, molto più semplicemente, di non comportarsi da comprimaria obbediente, di non inseguire iniziative discutibili solo per non dispiacere a Washington — o, più precisamente, a Trump.

L'ambiguità sul Board of Peace per Gaza non è un incidente isolato: è l'ennesima dimostrazione di una politica estera priva di autonomia, che preferisce strizzare l'occhio al potente di turno piuttosto che difendere con chiarezza il multilateralismo, il diritto internazionale e la credibilità europea.

Altro che realismo politico: questa è sudditanza mascherata da prudenza. E Giorgia Meloni, ancora una volta, sceglie il ruolo della serva sciocca, convinta che restare agganciata al carro del più forte sia l'unico modo possibile di stare nel mondo.