C'era un tempo — appena poche settimane fa — in cui Donald Trump palava di Giorgia Meloni definendola «una grande leader» e «una mia amica».
Oggi, nell'intervista al Corriere della Sera, di quella sintonia non resta nulla. Al suo posto, un attacco frontale, durissimo, personale e politico insieme. E una rottura che certifica il fallimento di Meloni nell'aver scelto una linea diplomatica tutta giocata sul totale servilismo con Washington.
Il cambio di rotta è brutale. Nell'intervista Trump non aspetta nemmeno le domande: parte all'attacco.
«Non vuole essere coinvolta anche se ottiene il suo petrolio là. Mi sbagliavo, pensavo avesse coraggio».Una frase che è già una sentenza. Non solo una critica: una sconfessione.
La rottura arriva dopo le parole della premier, che aveva definito «inaccettabili» gli attacchi rivolti da Trump al Pontefice, Papa Leone XIV.
La "bacchettata" di Meloni è arrivata tardi, a fine giornata, praticamente fuori tempo massimo. La premier è stata in pratica costretta a fingere di ribadire in serata ciò che non aveva detto di prima mattina, dove si era limitata ad augurare buon viaggio al Papa per il suo viaggio apostolico in Africa. Nonostante ciò, a fine giornata, Meloni ha preteso di far credere che le sue critiche a Trump, arrivate con ampio ritardo, fossero già stae espresse nel suo messaggio preedente! Evidentemente crede che i suoi sostenitori siano dei cretini a cui si possa far credere tutto e l'esatto contrario!
La presa di distanza da Trump arriva dopo mesi — anni — di sostanziale silenzio su ogni uscita controversa del presidente americano. Una presa di posizione isolata, che non basta a cambiare la percezione: quella di una leader che ha difeso Trump finché ha potuto arrivando persino a trovare giustificazioni imbarazzanti o ridicole come la mancata condanna della guerra contro l'Iran... salvo poi smarcarsi quando il costo politico è diventato troppo alto.
La risposta di Trump è immediata e spietata:
«È lei che è inaccettabile».Nell'intervista, il presidente americano non si limita a criticare, demolisce:«Perché non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci di un Iran con un'arma nucleare».E ancora:
«È molto diversa da quello che pensavo».Fino al colpo più duro, quasi umiliante sul piano personale:
«Sono stato sorpreso dal vedere che ha fallito… Ha avuto paura di affrontare il pericolo».Non è solo una divergenza politica: è una delegittimazione completa. Trump accusa l'Italia di voler lasciare agli Stati Uniti tutto il peso del confronto con l'Iran:
«Pensa che l'America dovrebbe fare il lavoro per lei».E sancisce la rottura anche nei rapporti personali:
«No [non la sento, ndr], da molto tempo, no», risponde quando gli chiedono se abbia parlato con Meloni.
Per mesi, Meloni è stata raccontata — e si è raccontata — come il principale punto di riferimento europeo di Trump. Una sorta di ponte tra Washington e Bruxelles, insieme all'ungherese Viktor Orbán.
Oggi quel ponte è crollato. E Trump lo dice senza giri di parole:
«Lei non è più la stessa persona e l'Italia non sarà più lo stesso Paese».Parole che suonano come una liquidazione politica. Secca. Pubblica. Senza appello.
Non c'è solo Meloni nel mirino. Trump allarga il tiro all'intero sistema europeo:«Pagano i prezzi più alti del mondo per l'energia».
«Adorate i mulini a vento… cattiva energia, al prezzo più alto».
«L'immigrazione sta uccidendo l'Italia e tutta l'Europa».E ancora, con toni apocalittici:
«Non avrete più un'Italia».Un attacco ideologico, oltre che politico, che colpisce i pilastri delle politiche europee: transizione energetica, gestione dei flussi migratori, autonomia strategica.
Il risultato della strategia di Meloni è sotto gli occhi di tutti: ha puntato tutto su un rapporto privilegiato con Trump, spendendo capitale politico in Italia e iun Europa. Ma alla prima presa di distanza, quel rapporto si è rivelato fragile, unilaterale, persino illusorio. Perché la realtà emersa dall'intervista è semplice e brutale: per Trump, gli alleati contano finché servono. Poi si sostituiscono, o si scaricano.
E oggi la premier italiana si ritrova esattamente in questa posizione: isolata in Europa e criticata dagli Stati Uniti, senza più il ruolo di “interlocutore privilegiato” che rivendicava fino a ieri. In pratica, ai fallimenti in politica interna, Maloni deve adesso aggiungere anche quelli in politica estera, come era ovvio che avvenisse, visto che la leva dello sciocco servilismo scelta dalla premier si è rivelata inconsistente, sciogliendosi come neve al sole.
Alle critiche di Trump, Meloni ha scelto di non replicare:
«Sono stata più chiara di tanti altri leader».Ma anche questo silenzio pesa. Perché arriva dopo un attacco diretto, personale e pubblico. E perché conferma una difficoltà evidente: quella di non voler rispondere a chi, fino a ieri, veniva considerato un alleato strategico, confermando che l'unico tipo di relazione che Meloni conosce con chi ritiene che sia a lei superiore è quella della serva sciocca: compiacente, adulante, sempre disponibile e mai critica. Questo è ciò che lei definisce dignità nazionale e unica possibilità di dialogo da tenere con gli Stati Uniti, perché prima potenza al mondo. Se qualcuno le facesse una lezione di storia, saprebbe che nella prima Repubblica i "democristiani" erano alleati degli Stati Uniti, ma non servi!
L'intervista di Trump segna un punto di svolta. Non solo nei rapporti tra Roma e Washington, ma nella narrazione politica costruita attorno alla leadership di Meloni. Da “amica” a bersaglio. Da alleata privilegiata a interlocutore irrilevante.
E soprattutto, mette a nudo una verità scomoda: in politica internazionale, le relazioni basate sulla fedeltà personale — più che sugli interessi — possono crollare in un attimo. E quando succede, il prezzo da pagare è sempre molto alto.


