Negli ultimi tempi la parola “anarchici” è tornata a circolare con insistenza, ma non nel senso teorico o culturale a cui spesso viene associata. Qui si parla di azioni concrete, esplosivi, sabotaggi e di una rete che non ha una struttura classica, ma che continua a riemergere nei momenti di maggiore tensione.
L’episodio più recente è quello di Roma, marzo 2026. Due militanti, Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, muoiono nel crollo di un casale al Parco degli Acquedotti. Secondo gli investigatori stavano preparando un ordigno artigianale. Non è un dettaglio secondario: il materiale trovato e le modalità dell’esplosione hanno subito orientato le indagini verso l’area anarchico-insurrezionalista.
Per capire questo fenomeno bisogna guardare alla galassia FAI-FRI, la Federazione Anarchica Informale. Non è un’organizzazione nel senso tradizionale. Non esistono capi, sedi o gerarchie. Esistono cellule autonome, spesso composte da poche persone, che condividono un’idea: colpire simboli dello Stato, del capitalismo o delle istituzioni attraverso l’azione diretta. Ed è proprio questa struttura fluida a renderla difficile da intercettare.

In Italia questa realtà non è nuova. Già nel 2006 un ordigno esplose davanti alla scuola allievi carabinieri di Fossano. Qualche anno dopo, nel 2012, un dirigente di Ansaldo Nucleare venne gambizzato a Genova. Azioni rivendicate in modo esplicito e inserite in una strategia che punta più al messaggio politico che al numero di vittime.
Negli anni successivi si sono susseguiti numerosi episodi: pacchi bomba inviati a istituzioni, attentati contro sedi diplomatiche, incendi dolosi di mezzi e sabotaggi infrastrutturali. Spesso azioni dimostrative, ma comunque capaci di creare allarme e di mostrare una continuità operativa.
Il nome che ha catalizzato l’attenzione negli ultimi anni è quello di Alfredo Cospito. Militante anarchico detenuto al 41-bis, è diventato un simbolo per una parte del movimento. La sua vicenda, soprattutto durante lo sciopero della fame, ha generato una mobilitazione internazionale. Ed è proprio in questo contesto che si sono moltiplicate azioni in suo sostegno, alcune delle quali violente.
In Europa si è visto un fenomeno simile. Atene è da anni uno dei centri più attivi, con attacchi a edifici governativi e ambasciate. A Berlino e in altre città tedesche si sono registrati incendi di veicoli e azioni contro infrastrutture. A Barcellona e Parigi non sono mancati episodi legati a proteste radicali degenerati in violenza. Non si tratta sempre degli stessi gruppi, ma di ambienti che comunicano, si ispirano e si sostengono.
Un elemento nuovo è il riconoscimento internazionale del problema. Alcuni gruppi anarchici europei sono stati inseriti dagli Stati Uniti in liste legate al terrorismo. È un passaggio significativo, perché fotografa un fenomeno che ormai supera i confini nazionali e si muove su una rete ideologica comune.
In Italia, negli ultimi mesi, si sono registrati anche sabotaggi alla rete ferroviaria e azioni contro infrastrutture sensibili. Episodi che indicano una volontà di colpire non solo simboli, ma anche nodi strategici.
Il punto più delicato riguarda il possibile cambio di livello. Per anni molte azioni sono state pensate come dimostrative. Oggi alcuni segnali fanno pensare a una maggiore pericolosità: ordigni più potenti, contesti meno controllabili, rischio concreto di vittime non intenzionali.
Il caso di Roma è emblematico proprio per questo. Due militanti che muoiono mentre preparano una bomba indicano che la linea tra propaganda e violenza reale si è fatta più sottile. E quando questo accade, il margine di errore diventa minimo.
Non siamo davanti a un movimento di massa, né a una minaccia diffusa come quella del terrorismo del passato. I numeri restano limitati. Ma la capacità di colpire, anche da parte di piccoli gruppi, resta concreta.
Il rischio vero non è una escalation generalizzata, ma una sequenza di episi isolati, improvvisi, difficili da prevedere. Azioni che nascono in ambienti ristretti ma che possono avere conseguenze molto più ampie.
Ed è proprio questa imprevedibilità a mantenere alta l’attenzione degli investigatori. Perché in questo tipo di contesto basta poco — una campagna, un simbolo, una tensione politica — per trasformare un’idea in un’esplosione.


