Lo Stato di Israele si trova nuovamente al centro di accuse gravissime, che stavolta rischiano di aprire una frattura profonda perfino con alcuni governi occidentali tradizionalmente prudenti nelle critiche verso Tel Aviv. Le testimonianze emerse dopo il rilascio degli attivisti della Global Sumud Flotilla — la missione civile che tentava di portare aiuti umanitari a Gaza — parlano infatti di pestaggi, torture, umiliazioni sistematiche e perfino stupri durante la detenzione operata dalle forze israeliane.
Non si tratta più soltanto della contestata intercettazione di una flottiglia in acque internazionali. Le accuse formulate dagli attivisti europei e dai legali che li assistono evocano scenari da regime militare fuori controllo: container trasformati in prigioni improvvisate, persone spogliate, colpite con taser, costrette inginocchiate per ore, private del sonno, picchiate alle costole e agli arti, insultate e sottoposte ad abusi sessuali degradanti.
Israele ha respinto tutto, parlando di accuse “false e prive di fondamento”. Ma il problema politico e morale è che le denunce non arrivano da una singola fonte isolata o da ambienti marginali. A rilanciare l’allarme sono cittadini europei, governi occidentali, medici, avvocati, diplomatici e procure giudiziarie. Roma ha già aperto un’inchiesta per ipotesi di sequestro di persona, tortura e violenza sessuale.
Ed è qui che cade definitivamente la narrazione di uno “Stato democratico” che agirebbe sempre nel rispetto del diritto internazionale. Perché se anche solo una parte di queste accuse fosse confermata, ci troveremmo davanti a crimini gravissimi compiuti contro civili europei impegnati in una missione umanitaria.
Secondo gli organizzatori della flottiglia, almeno 15 persone avrebbero denunciato violenze sessuali. Alcuni racconti parlano apertamente di stupro e penetrazione forzata con un’arma. Sono accuse devastanti, che ricordano le peggiori pagine delle dittature militari latinoamericane o dei sistemi repressivi che l’Occidente dice di voler combattere nel mondo. Eppure, quando il protagonista è Israele, il riflesso automatico di molti governi europei continua a essere quello della cautela diplomatica, dell’ambiguità linguistica, del rinvio.
Nel frattempo emergono dettagli sempre più inquietanti. L’attivista italiana Ilaria Mancosu ha raccontato di detenuti rinchiusi in container metallici, percossi da soldati israeliani, con fratture alle costole e alle braccia, lesioni agli occhi e alle orecchie provocate dai taser. I francesi parlano di vertebre fratturate. I tedeschi confermano feriti e definiscono le accuse “serie”. Gli spagnoli riferiscono di attivisti ricoverati.
E mentre queste testimonianze sconvolgono l’opinione pubblica europea, il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir pubblicava video provocatori nei quali derideva gli attivisti immobilizzati in carcere. Un comportamento che ha provocato indignazione internazionale e spinto perfino il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani a parlare apertamente di possibili sanzioni europee contro Ben-Gvir.
È questo forse il punto più rivelatore dell’intera vicenda: l’impressione crescente che una parte della leadership israeliana non percepisca più alcun limite morale o politico alle proprie azioni. Da anni il governo Netanyahu agisce nella convinzione di poter ignorare il diritto internazionale, le Nazioni Unite, la Corte Penale Internazionale, le proteste umanitarie e persino gli alleati occidentali. Gaza è stata trasformata in un laboratorio dell’impunità totale. La flottiglia umanitaria rappresentava un simbolo di denuncia internazionale contro l’assedio e la devastazione della Striscia. La risposta israeliana è stata quella della forza brutale.
Eppure, ciò che rende ancora più inquietante questa vicenda è il silenzio di gran parte della politica occidentale. Se accuse analoghe fossero emerse contro Russia, Iran, Siria o Venezuela, i governi europei avrebbero già convocato ambasciatori, imposto sanzioni, chiesto commissioni internazionali e occupato le prime pagine dei giornali per settimane. Con Israele, invece, ogni reazione appare frenata, esitante, quasi impaurita... come se l'ebraicità dello Stato dovesse rappresentare uno scudo morale agli innumerevoli crimini commessi fin dalla sua nascita.
Ma il tempo dell’immunità politica potrebbe avvicinarsi alla fine. Le immagini dei lividi mostrati dagli attivisti, le testimonianze raccolte dalle procure europee e il coinvolgimento diretto di cittadini comunitari rendono questa crisi difficilmente archiviabile come “propaganda anti-israeliana”.
Perché qui non si discute più soltanto del conflitto israelo-palestinese. Qui si discute del limite oltre il quale uno Stato, qualunque Stato, smette di comportarsi come una democrazia e inizia a utilizzare la violenza sistematica come strumento ordinario di potere.


