Stipendi da fame, pensioni irraggiungibili: le vere urgenze che la politica non vuole vedere
La politica fa rumore. I media rincorrono il clamore. Gli opinionisti pontificano. Tutti parlano, parlano, parlano. Ma, alla fine, sul tavolo restano sempre gli stessi due problemi, quelli veri, quelli che toccano la carne viva delle persone: stipendi da fame e pensioni sempre più lontane. Due temi che per lorsignori valgono poco o nulla, ma che per milioni di cittadini sono questione di sopravvivenza.
È questa la fotografia dell’Italia reale: un Paese dove si lavora fino a 70 anni, con stipendi da fame, - e non per scelta, ma per obbligo di legge - per poi ritrovarsi con una pensione che non basta neppure a pagare le bollette. Chi oggi si alza alle 6 di mattina per andare a lavorare porta a casa uno stipendio che a malapena copre il carrello della spesa e il mutuo. E intanto, nel teatrino della politica, si discute di tutto… tranne che di questo.
A stigmatizzare l’inutilità di molte misure della manovra non siamo noi di Freeskipper Italia, che da anni chiediamo risposte vere e non slogan, ma la Banca d’Italia. In audizione alle commissioni Bilancio, Fabrizio Balassone, vice capo del Dipartimento Economia e Statistica, ha detto chiaramente che gli interventi a sostegno del reddito dei cittadini "non comportino variazioni significative della disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile equivalente tra le famiglie". "La riduzione dell'aliquota dell'Irpef per il secondo scaglione di reddito favorisce i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione, ma con una variazione percentualmente modesta del reddito disponibile. Gli effetti dei principali interventi in materia di assistenza sociale si concentrano invece sui primi due quinti delle famiglie e sono anch'essi modesti", ha spiegato.
Il taglio dell'Irpef previsto in manovra "coinvolgerebbe poco più di 14 milioni di contribuenti, con un beneficio annuo pari in media a circa 230 euro. Le famiglie beneficiarie sarebbero circa 11 milioni (44% delle famiglie residenti) e il beneficio medio di circa 276 euro (in ogni famiglia ci può essere più di un contribuente)", sottolinea il presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli nell'audizione di fronte alle commissioni Bilancio di Senato e Camera.
"Ordinando le famiglie in base al reddito disponibile equivalente e dividendole in cinque gruppi di uguale numerosità - ha proseguito - emerge come oltre l'85% delle risorse siano destinate alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito: sono infatti interessate dalla misura oltre il 90% delle famiglie del quinto più ricco e oltre due terzi di quelle del penultimo quinto. Il guadagno medio va dai 102 euro per le famiglie del primo quinto ai 411 delle famiglie dell'ultimo. Per tutte le classi di reddito il beneficio comporta una variazione inferiore all'1% sul reddito familiare".
Tradotto in soldoni, dalle audizioni di Banca d’Italia e Istat in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, emerge che, per le famiglie meno abbienti, la manovra cambia molto poco. Gli interventi a sostegno del reddito non riducono in modo significativo le disuguaglianze e gli aiuti destinati ai nuclei più poveri risultano modesti, quasi impercettibili. Il taglio dell’Irpef, inoltre, beneficia soprattutto le fasce medio-alte, mentre ai redditi più bassi arrivano cifre simboliche: appena un centinaio di euro l’anno per le famiglie del primo quinto della distribuzione. La maggior parte delle risorse finisce infatti ai quinti più ricchi, e in nessun caso l’incremento del reddito supera l’1%. In sostanza, per chi è già in difficoltà, l’impatto della manovra è minimo e non offre reali miglioramenti.
In parole povere: cambia qualcosa? Quasi nulla.
La riduzione dell’Irpef per il secondo scaglione favorisce soprattutto chi già sta meglio. Le misure sociali vanno ai più fragili, ma con effetti talmente modesti da risultare quasi simbolici. E lo stesso quadro confermato anche dall’Istat che parla di un beneficio medio di 276 euro l’anno per famiglia. Tradotto: meno di 25 euro al mese. Un importo che non cambia la vita di chi campa di solo stipendio.
E allora, ancora una volta, siamo costretti a chiederlo: quando la politica deciderà di guardare in faccia la realtà? Quando smetterà di recitare e inizierà a occuparsi di quello che davvero incide sulla vita delle persone?
Stipendi dignitosi, pensioni giuste, prospettive certe: non sono richieste rivoluzionarie. Sono diritti. Diritti che da troppo tempo vengono ignorati mentre i cittadini tirano la cinghia e la classe dirigente si limita alle solite operazioni cosmetiche.
Da parte nostra, come Freeskipper Italia, continueremo a porre queste domande e a pretendere risposte. Senza timori reverenziali, senza inchini a destra o a sinistra, senza farci distrarre dal rumore di fondo. Perché, mentre il teatrino politico continua lo spettacolo, la vita vera non aspetta.