Bombe senza mandato e silenzi assordanti: Usa e Israele fanno carta straccia del diritto internazionale
C'è un punto oltre il quale la politica estera smette di essere “realpolitik” e diventa pura arroganza. L'attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro l'Iran si colloca esattamente lì: oltre il limite. Senza mandato delle Nazioni Unite, senza un'aggressione in corso che giustifichi la legittima difesa immediata, senza alcuna copertura giuridica riconosciuta dal diritto internazionale. Solo forza militare e decisione unilaterale.
Non è in discussione la natura repressiva della Repubblica islamica. Il regime degli ayatollah merita critiche severe per la sistematica violazione dei diritti umani, per la repressione interna, per il soffocamento delle libertà fondamentali. Ma proprio perché si parla di diritti, di legalità, di principi universali, è inaccettabile che quegli stessi principi vengano calpestati quando fanno comodo.
La Carta delle Nazioni Unite è chiara: l'uso della forza è consentito solo in caso di legittima difesa contro un attacco armato o con l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Aggirare questo quadro significa indebolire l'intero edificio del diritto internazionale. Se si accetta che una potenza possa colpire un altro Stato sulla base di valutazioni politiche proprie, allora il messaggio è devastante: le regole valgono solo per i deboli.
Ancora più osceno è il corredo propagandistico che accompagna questa nuova guerra. Donald Trump e Benjamin Netanyahu pretendono di presentarsi come i salvatori del popolo iraniano, come se bombe, missili e raid aerei fossero strumenti di emancipazione civile. Ma la realtà, come sempre, è un'altra: le prime notizie parlano già di centinaia di morti e feriti in Iran, con vittime civili documentate, compresi bambini e persone colpite in aree non riconducibili a un astratto campo di battaglia chirurgico. Chi bombarda e poi dice di farlo “per il bene dei civili” aggiunge la menzogna alla violenza.
Il risultato, come sempre, non è una guerra “chirurgica”. È morte. Sono civili colpiti, famiglie distrutte, infrastrutture devastate. Ed è qui che l'ipocrisia raggiunge il culmine. Da un lato si afferma di voler “proteggere il popolo iraniano”; dall'altro lo si espone a bombardamenti e rappresaglie. La retorica umanitaria si scontra con la realtà delle macerie.
Chi paga il prezzo? Non i vertici del regime, ben protetti nei loro palazzi e bunker. Lo pagano i cittadini comuni, gli stessi che in questi anni hanno protestato contro il potere clericale, che hanno chiesto più libertà, che hanno subito arresti e repressione. Colpire il Paese significa, inevitabilmente, colpire anche loro.
E poi c'è l'altro scandalo: il silenzio. Solo pochi Paesi hanno avuto il coraggio di condannare apertamente l'attacco. Mentre il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha messo in guardia il mondo sul pericolo per la pace e la sicurezza internazionale, così come alcuni Paesi come Russia, Pakistan, Oman e la Spagna di Pedro Sánchez, molti altri governi occidentali si sono rifugiati nella formula più comoda di tutte: “moderazione”, “de-escalation”, “invito al negoziato”, quasi che l'aggressore e l'aggredito stessero sullo stesso piano.
Molti governi hanno scelto così la prudenza diplomatica, altri si sono rifugiati in dichiarazioni vaghe, altri ancora hanno preferito non esporsi. È il trionfo del doppio standard. Quando a violare le regole sono Stati considerati “ostili”, la condanna è immediata e feroce. Quando a farlo sono alleati potenti, il linguaggio si fa improvvisamente cauto.
Questo non è solo un problema mediorientale. È un precedente pericoloso. Se il diritto internazionale viene piegato oggi contro Teheran, domani potrà essere ignorato altrove con la stessa disinvoltura. L'ordine mondiale non si regge sull'equilibrio delle bombe, ma sulla credibilità delle regole.
Condannare l'attacco non significa difendere il regime iraniano. Significa difendere un principio: che nessuno Stato, per quanto potente, può arrogarsi il diritto di fare giustizia da sé al di fuori delle norme condivise. Senza questo argine, la scena globale torna a essere quella di un'arena in cui vince solo chi ha più forza.
E se la comunità internazionale non trova il coraggio di dirlo con chiarezza, il messaggio che passa è uno solo: il diritto è negoziabile, la vita dei civili è una variabile collaterale, la legalità è opzionale. Una resa morale prima ancora che politica.