La legge e la sanità italiane si mostrano ancora oggi del tutto impreparate ad affrontare la questione della malattia mentale grave. Mancano strutture, personale e soprattutto una cultura adeguata per contenere una realtà che, sempre più spesso, si traduce in episodi di violenza, tragedie e disperazione.

Nessuno invoca il ritorno dei vecchi manicomi aboliti dalla Legge Basaglia del 1978, ma è ormai evidente che le attuali strutture psichiatriche, quasi tutte a carattere temporaneo, non bastano per gestire schizofrenie, disturbi gravi della personalità o casi di semi-infermità mentale legati a comportamenti criminali.

Quando le porte dei manicomi si sono chiuse, molti malati si sono ritrovati senza una rete familiare o affettiva capace di sostenerli. Fuori dai reparti e senza la supervisione di personale specializzato e di cure farmacologiche continue, nessuno ha voluto o saputo farsene carico.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mentre per molte altre patologie la società investe e discute, per chi soffre nell’anima e nella mente regna ancora il silenzio.

Una volta la parola “tumore” era un tabù, fino a quando figure come Umberto Veronesi hanno insegnato a chiamarlo per nome. In psichiatria, invece, lo stigma è rimasto. Il malato mentale continua a essere visto come una vergogna, un castigo o un “matto” da cui stare alla larga, più oggetto di paura o derisione che di comprensione.

Oggi in Italia esistono soltanto 32 ATSM (Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale) distribuite in 17 istituti penitenziari, per un totale di circa 300 posti. Numeri ridicoli se confrontati con la realtà: secondo la Società Italiana di Psichiatria, già nel 2023 erano almeno 700 i pazienti autori di reato e ad alta pericolosità rimasti liberi, quindi potenzialmente pronti a colpire di nuovo.

Anche le informazioni ufficiali sono datate o incomplete: cercando online, i dati più recenti risalgono a diversi anni fa. Rimane però un fatto drammatico e certo: solo un malato su tre riceve un trattamento adeguato.

Dopo quasi mezzo secolo dalla chiusura dei manicomi, lo Stato non ha ancora saputo costruire un sistema capace di gestire in modo serio e stabile la malattia mentale e i reati che ne possono derivare. Un vuoto di responsabilità che, ogni volta che esplode un nuovo episodio di follia, si traduce in colpe condivise da tutti.