La maggioranza di destra ha scelto di affossare la proposta di legge sul congedo parentale paritario: cinque mesi pagati al 100% per ciascun genitore. Non una bandiera ideologica, ma una misura concreta, scritta e presentata unitariamente da tutte le opposizioni e firmata per prima da Elly Schlein. Una proposta che avrebbe cambiato la vita a milioni di famiglie italiane.
Chi oggi governa ama riempirsi la bocca con la parola “famiglia”. Ma quando si tratta di passare dagli slogan ai fatti, allora le cose cambiano. Non solo la legge è stata bocciata: è stato negato perfino un confronto nel merito. Un gesto politico chiaro, che dice molto più di qualsiasi dichiarazione pubblica.
Il congedo paritario non è una battaglia simbolica, ma una leva strutturale per ridurre una delle più gravi anomalie italiane: il divario occupazionale tra uomini e donne. Oggi la differenza complessiva nei tassi di occupazione è intorno al 18%. Ma quando si parla di madri e padri con figli minori, il divario supera il 30%, con punte che arrivano al 34% nel 2025. Significa che avere un figlio continua a essere, nei fatti, un costo professionale quasi esclusivamente femminile.
Eppure siamo guidati dal primo governo della storia repubblicana con una donna a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni. Davanti a questi numeri, ci si sarebbe aspettati un investimento coraggioso, come fatto in altri Paesi europei dove i congedi paritari hanno aumentato l'occupazione femminile, riequilibrato i carichi familiari e sostenuto la natalità. Invece no. Nessuna priorità, nessuna urgenza, nessuna risorsa.
La maggioranza ha voltato le spalle non solo alle donne, ma anche a milioni di padri che chiedono di poter essere presenti, di condividere davvero la cura dei figli, di non essere relegati al ruolo di spettatori. Parlare di famiglia e poi negare ai padri il diritto concreto di esserci è una contraddizione evidente.
Quanto accaduto non è un caso isolato. Davanti alle proposte delle opposizioni, la destra ha già scelto la linea del muro contro muro: il salario minimo finito su un binario morto, la legge sul consenso ostacolata al Senato dopo l'approvazione unanime alla Camera. Ora il congedo paritario. È uno schema che si ripete: si evita il confronto, si rinvia, si affossa... qualsiasi proposta delle opposizioni che trattino di dirittim cioè di cose che possono essere utili a tutti, al di là del colore politico!
Dicono che mancano le risorse. Ma le risorse si trovano per aumentare le spese militari o per grandi opere come il ponte sullo Stretto. Quando si tratta di rafforzare lo Stato sociale, di investire su lavoro femminile e natalità, improvvisamente i conti non tornano più. È una scelta politica. E le scelte politiche hanno un nome e un cognome: Giorgia Meloni, visto che in Parlamento non si muove foglia che lei non voglia.
In un Paese in piena crisi demografica, con salari stagnanti e servizi insufficienti, bocciare un congedo paritario al 100% significa rinunciare a uno strumento concreto per incentivare le nascite e rendere meno penalizzante la genitorialità. Significa lasciare le donne sole davanti al bivio tra carriera e maternità. Significa perpetuare un modello in cui la cura è un affare femminile e il lavoro retribuito resta una prerogativa maschile.
Lo slogan “Dio, patria e famiglia” può funzionare nei comizi, ma non paga le bollette, non riequilibra i carichi domestici, non riduce il gap occupazionale, non restituisce autonomia economica alle donne. Non produce né giustizia né benessere. Tantomeno nel 2025.
L'incremento dell'indennità di maternità e l'introduzione di un congedo pienamente paritario per i padri non sono capricci ideologici: sono misure strutturali per modernizzare il Paese. Chi le blocca si assume la responsabilità di mantenere l'Italia indietro, più diseguale, meno libera.
Se questo è il modo in cui il governo intende “difendere la famiglia”, allora è legittimo dirlo con chiarezza: non siamo di fronte a un esecutivo che sostiene le famiglie, ma a un esecutivo che preferisce lo slogan all'investimento, la propaganda alla parità, la chiusura al progresso. E a pagare il prezzo, ancora una volta, saranno le donne e le nuove generazioni.


