Il volto insanguinato di Claudio Francavilla non è diventato uno dei simboli della manifestazione nazionale in sostegno ad Askatasuna. Eppure Francavilla era sceso in piazza pacificamente, si è ritrovato dentro una carica, soccorso da due fotografi e lasciato per lungo tempo sul ciglio della strada in attesa di un'ambulanza. Nessuna protezione, nessuna assistenza immediata, solo sangue e abbandono.
Non è stato un caso isolato. Decine di manifestanti sono rimasti feriti dalla violenza delle forze dell'ordine. I video circolati online mostrano scene che vanno ben oltre la gestione dell'ordine pubblico. In uno di questi, il fotografo Federico Guarino viene buttato a terra e manganellato da più agenti mentre grida «stampa!». Indossava la maschera antigas, aveva la macchina fotografica in mano, stava lavorando. Non gli è servito. È stato ripetutamente manganellato mentre era a terra e non costituiva alcun pericolo, portato via, umiliato, trattenuto per un'ora. Prognosi: cinque giorni. E chi lo ha colpito? rtesterà nell'anonimato, nessuna responsabilità, solo silenzio.
In piazza sono piovuti lacrimogeni sparati ad altezza uomo. Un fotografo dell'agenzia Contrasto ne ha ricevuto uno all'inguine. Altri sono finiti nelle vie laterali, tra persone che cercavano solo di scappare dal fumo. Uno ha colpito un passeggino. Camionette lanciate a tutta velocità, manovre azzardate, cariche improvvise, scene da guerriglia che nulla avevano a che fare con la prevenzione o la riduzione del rischio. A fine manifestazione, lacrimogeni sparati contro palazzi e balconi dei residenti.
Le immagini ricordano Genova 2001. Manifestanti colpiti mentre fuggono, persone a terra manganellate, sei fermati portati in questura fino a notte fonda, accusati di resistenza a pubblico ufficiale. Una turista francese con un braccio rotto rimandata via in fretta. Una quarantina di persone ricorse alle cure mediche, molte altre hanno evitato gli ospedali per paura di denunce.
Negli ospedali, la scena non è stata migliore: controlli di polizia su feriti, documenti chiesti a ragazzi sanguinanti, agenti in borghese nei reparti, telefoni sottratti senza sequestro formale, dimissioni “ritardate” per consentire identificazioni. Pratiche già viste, già denunciate, mai davvero fermate.
Eppure, sui giornali e nei telegiornali, tutto questo quasi non esiste. I titoli parlano una sola lingua: “guerriglia urbana”, “attacco allo Stato”, “tentato omicidio”, “città sotto assedio”. Cinquantamila persone che manifestavano pacificamente dimenticate da qualche ora di scontri. La piazza trasformata in minaccia criminale. Le violenze delle forze dell'ordine derubricate a “reazione”. Le immagini selezionate sempre le stesse: blindati in fiamme, cassonetti incendiati, l'aggressione all'agente isolato, trasmessa in loop. Il resto sparisce.
Esiste però un'altra cronaca, fatta di video indipendenti, testimonianze dirette, reportage che documentano pestaggi, cariche indiscriminate, uso della forza sproporzionato, persone colpite mentre scappano, feriti lasciati a terra. È una cronaca marginalizzata, confinata sui social e sulle testate indipendenti, fuori dal racconto ufficiale.
Il risultato è semplice: un'informazione a senso unico. La violenza viene raccontata solo quando ha un colore politico preciso. Le responsabilità diventano selettive. Le vittime diventano invisibili, se non indossano una divisa.
Qui il problema non è “da che parte si sta”. Il problema è logico e giuridico. In uno Stato di diritto la violenza è violenza, punto. Se si condanna, si condanna tutta. Non solo quella dei manifestanti. Anche quella di chi porta un manganello, una divisa, un tesserino. Altrimenti non si sta facendo giustizia, si sta facendo propaganda.
La scelta di denunciare pubblicamente solo alcune violenze e di occultarne altre non è neutra. Serve a costruire un racconto utile al potere: piazza uguale caos, protesta uguale minaccia, dissenso uguale pericolo per lo Stato. È una narrazione che legittima la “tolleranza zero”, prepara il terreno ai decreti sicurezza, giustifica l'inasprimento repressivo e rende socialmente accettabile l'idea che i diritti possano essere compressi in nome dell'ordine.
Il governo Meloni non ha bisogno di prove complesse: gli basta un solo video. Buoni contro cattivi. Stato contro nemici interni. Divisa contro “delinquenti”. È una logica propagandistica, non giuridica. E soprattutto è liberticida, perché trasforma il conflitto sociale in problema di ordine pubblico e il dissenso in questione penale.
Se davvero si vuole difendere lo Stato di diritto, la regola è una sola: la legge vale per tutti. Manifestanti, agenti, politici, istituzioni. Quando si sceglie di vedere solo metà della realtà, non si sta difendendo la legalità. La si sta piegando. E quando la legalità diventa uno strumento narrativo invece che un principio, il problema non è più la piazza: è il potere.


