L’Italia continua a raccontarsi come un Paese che “riparte”, che “cresce”, che “investe sui giovani”. Poi però arrivano i numeri dell’Istat e il racconto si incrina. Perché dietro gli slogan del governo di Giorgia Meloni emerge una realtà molto più dura: infatti in Italia abbiamo un’intera generazione che studia meno dell’Europa, entra tardi nel mercato del lavoro, viene pagata peggio, spesso svolge mansioni inferiori rispetto al titolo di studio posseduto e continua a vivere in una precarietà che sembra ormai strutturale.

Il nuovo rapporto Istat sui giovani nel mercato del lavoro, relativo all'anno 2024, fotografa infatti un Paese fermo, incapace di trasformare istruzione e competenze in occupazione stabile e qualificata. E il problema non riguarda soltanto il Sud o le categorie più fragili: riguarda l’intero sistema economico italiano, che continua a produrre lavoro povero e sottoutilizzo del capitale umano.

Italia ultima tra i grandi Paesi europei per giovani laureati

Il primo dato che colpisce è quello relativo all’istruzione. Tra i giovani italiani tra i 20 e i 34 anni appena il 25,1% possiede un titolo terziario, cioè una laurea. Un valore inferiore di oltre 11 punti rispetto alla media europea. È un abisso che racconta da solo il ritardo strutturale accumulato dal Paese.

Ma il punto più inquietante è forse un altro: moltissimi giovani smettono di studiare non perché non ne abbiano le capacità, ma perché devono iniziare a lavorare. Oltre sei diplomati su dieci che rinunciano all’università dichiarano infatti di averlo fatto per entrare nel mercato del lavoro. Seguono le ragioni economiche: tasse universitarie, costi di mantenimento, necessità di contribuire al reddito familiare. In pratica, nell’Italia del 2024, il diritto allo studio continua a dipendere fortemente dal reddito.

Ed è qui che la retorica meritocratica del governo mostra tutti i suoi limiti. Per mesi l’esecutivo ha parlato di “centralità dei giovani”, di “valorizzazione del talento”, di “Italia che premia chi si impegna”. Ma i numeri raccontano altro: raccontano un Paese dove molti ragazzi interrompono gli studi perché non possono permetterseli o perché il lavoro povero assorbe troppo presto energie e prospettive.

La transizione scuola-lavoro resta lentissima

Il secondo grande problema è la difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro. Tra i giovani usciti dai percorsi di istruzione il tasso di occupazione si ferma al 70,2%, ma il dato varia enormemente in base al titolo di studio: lavora appena il 56,2% di chi ha bassi livelli di istruzione, contro l’82,2% dei laureati.

La laurea continua quindi a rappresentare una protezione. Tuttavia nemmeno i laureati italiani riescono a competere davvero con i coetanei europei. Il rapporto Istat evidenzia che la transizione dalla scuola o dall’università al lavoro è molto più lenta rispetto alla media Ue. In altre parole: in Italia si impiega molto più tempo per trovare un’occupazione stabile e coerente con il proprio percorso di studi.

Questo significa una cosa molto concreta: anni di ritardo nell’autonomia economica, nell’uscita dalla famiglia d’origine, nella costruzione di una vita indipendente. E infatti il nostro Paese continua a registrare età sempre più elevate per lasciare la casa dei genitori, formare una famiglia o avere figli.

È il risultato di un mercato del lavoro drogato da precarietà, tirocini infiniti, contratti brevi e salari bassi. E anche qui il governo continua a evitare il nodo centrale: l’Italia non ha semplicemente un problema di occupazione, ma soprattutto di qualità dell’occupazione.

Il Mezzogiorno resta una frontiera sociale abbandonata

I dati sul Sud sono devastanti. Nel Mezzogiorno lavora appena il 54% dei giovani tra 20 e 34 anni, contro l’81,4% del Nord. Il tasso di disoccupazione giovanile meridionale supera il 20%, più del doppio rispetto al resto del Paese.

Nemmeno la laurea basta a colmare il divario. Tra i giovani laureati del Sud il tasso di occupazione è del 70,7%, quasi 18 punti sotto il Nord. È il segnale di una desertificazione produttiva che continua da anni e che nessun governo sembra davvero intenzionato ad affrontare.

Nel frattempo, mentre si moltiplicano gli annunci propagandistici su “record occupazionali” e “Italia locomotiva d’Europa”, centinaia di migliaia di giovani meridionali continuano a emigrare verso il Centro-Nord o all’estero. Una fuga di competenze che impoverisce ulteriormente territori già fragili.

Il paradosso italiano: studi tanto e fai un lavoro che non richiede la tua laurea

Il capitolo più amaro del rapporto riguarda però la cosiddetta “sovraistruzione”. In Italia un giovane su quattro laureato ritiene di svolgere un lavoro per cui sarebbe bastato un titolo di studio inferiore. Tra i diplomati la quota sale addirittura al 33%.

Tradotto: migliaia di giovani investono anni nello studio per poi ritrovarsi intrappolati in occupazioni che non valorizzano minimamente le competenze acquisite.

Il fenomeno esplode soprattutto nei lavori precari: collaborazioni occasionali, contratti a termine, part-time involontario. E raggiunge livelli impressionanti in alcuni settori, come alberghi e ristorazione, dove oltre la metà dei laureati si considera sovraistruita.

Qui emerge il vero fallimento della politica industriale italiana: il Paese continua a formare giovani qualificati senza creare abbastanza lavoro qualificato. Così le competenze vengono disperse, svalutate o esportate all’estero.

La propaganda non basta più

Il governo continua a rivendicare dati occupazionali positivi, ma il rapporto Istat dimostra che dietro le percentuali aggregate si nasconde un problema enorme di qualità del lavoro, salari insufficienti, precarietà e mancata valorizzazione delle competenze.

Non basta aumentare il numero degli occupati se una parte crescente dei giovani è costretta ad accettare lavori sottopagati, instabili e lontani dal proprio percorso formativo. Non basta celebrare qualche decimale di crescita se poi milioni di ragazzi continuano a rinviare il futuro perché non riescono a costruirsi una sicurezza economica.

La sensazione, leggendo i dati Istat, è che l’Italia stia lentamente normalizzando il declino delle nuove generazioni. Come se fosse inevitabile che un laureato finisca sottoccupato, che un diplomato rinunci all’università per motivi economici o che un giovane del Sud debba andarsene per trovare opportunità dignitose.

Ed è forse questo il dato più politico di tutti: il problema non è soltanto economico. È culturale. È l’idea, ormai radicata, che i giovani debbano adattarsi a un mercato del lavoro povero invece che pretendere un Paese capace finalmente di valorizzarli.