Replica dura ma istituzionale di Ginevra alla decisione di Washington. Respinte le accuse sulla gestione del Covid e rivendicato il ruolo storico degli Stati Uniti come membro fondatore.
L’Organizzazione mondiale della sanità definisce “un pericolo per la sicurezza globale” la decisione degli Stati Uniti di uscire dall’Oms. In una dichiarazione ufficiale diffusa ieri, l’agenzia delle Nazioni Unite risponde punto per punto alle accuse avanzate da Washington, difende il proprio operato durante la pandemia di Covid-19 e ricorda il ruolo centrale svolto dagli Usa nella storia della sanità internazionale.
Il tono è fermo, il messaggio netto: l’uscita americana “rende sia gli Stati Uniti che il mondo meno sicuri”. Un’affermazione che segna una frattura profonda tra Ginevra e uno dei suoi membri fondatori, da decenni pilastro politico e finanziario dell’Organizzazione.
Le accuse e la controreplica
Secondo l’amministrazione statunitense, l’Oms avrebbe mostrato disprezzo verso gli Usa, compromesso la propria indipendenza e seguito un’agenda politicizzata e burocratica, guidata da Paesi ostili agli interessi americani. Accuse che l’Organizzazione respinge senza ambiguità.
“È vero il contrario”, si legge nel comunicato. L’Oms afferma di aver sempre cercato una collaborazione in buona fede con Washington, “nel pieno rispetto della sovranità degli Stati Uniti”. Quanto all’idea di un’agenzia politicizzata, la replica è secca: “L’Oms è e rimane imparziale ed esiste per servire tutti i Paesi, senza timore né favoritismi”.
La difesa sulla gestione della pandemia
Il capitolo più delicato riguarda la pandemia di Covid-19, indicata dagli Stati Uniti come una delle principali ragioni del ritiro. L’Oms nega di aver ostacolato la condivisione delle informazioni o di aver nascosto i propri errori. Ammette che nessuno abbia gestito la crisi in modo perfetto, ma rivendica una risposta rapida e coerente con il mandato ricevuto dagli Stati membri.
L’Organizzazione ricostruisce una timeline dettagliata. Il 31 dicembre 2019, dopo la segnalazione cinese di un focolaio di polmonite di origine sconosciuta a Wuhan, l’Oms attivò immediatamente i propri meccanismi di emergenza. L’11 gennaio 2020, prima ancora del primo decesso ufficialmente comunicato da Pechino, vennero allertati gli Stati, convocati esperti e pubblicate le prime linee guida. Il 30 gennaio, con meno di 100 casi registrati fuori dalla Cina e nessun morto, il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus dichiarò l’emergenza sanitaria internazionale.
Sul piano delle misure, l’Oms precisa un punto spesso al centro delle polemiche: l’Organizzazione ha raccomandato mascherine, vaccini e distanziamento, ma non ha mai imposto lockdown, obblighi vaccinali o restrizioni, lasciando le decisioni ai singoli governi nazionali.
Un futuro senza Washington
La notifica di recesso apre ora un percorso formale che sarà esaminato dal Consiglio esecutivo dell’Oms a febbraio e dall’Assemblea mondiale della sanità a maggio 2026. Nel frattempo, l’Organizzazione ringrazia gli altri 193 Stati membri per il sostegno e richiama risultati recenti come l’adozione dell’Accordo sulle pandemie, destinato a diventare uno strumento giuridico internazionale una volta ratificato.
Il messaggio finale è politico quanto istituzionale: l’Oms continuerà a operare “con o senza Washington”, restando impegnata nella propria missione costituzionale di garantire il più alto livello possibile di salute come diritto fondamentale di ogni popolo.
Se confermata, l’uscita degli Stati Uniti priverà l’Oms del suo principale finanziatore storico. Ma lascerà anche gli Usa fuori dal principale organismo di coordinamento sanitario globale, proprio mentre le minacce pandemiche vengono considerate sempre più probabili. Una scelta che, secondo Ginevra, avrà conseguenze ben oltre il piano diplomatico.


