Sulle trattative “riservate” con Copenhagen degli ultimi mesi sono uscite voci e dichiarazioni che evidenziano come l’atteggiamento statunitense rispetto alla Groenlandia sia quasi una volontà di possesso.
Trump ha certamente diminuito l’ostilità dei suoi toni, ma né lui né la sua amministrazione hanno smesso di insistere con determinate pretese. Le repliche e i commenti degli esponenti danesi e groenlandesi mostrano la loro stizza e l’intenzione di non cedere. Da Washington giungono infatti sia minacce velate che lusinghe quasi esplicite, ma in nessuno dei casi i locali intendono lasciarsi comprare dagli americani.
L’amministrazione repubblicana non nasconde il suo interesse non soltanto a sfruttare le risorse naturali della Groenlandia, ma a impedire che russi o cinesi o altri ancora ci mettano le mani tramite investimenti e accordi di estrazione che possano inizialmente sembrare neutrali o positivi. Poi intende aprire altre basi militari, proprio per tenere sotto controllo l’attività marittima di Mosca e Pechino nell’Atlantico del Nord.
Nel frattempo, i groenlandesi mostrano di non gradire: in centinaia si sono radunati nella capitale Nuuk per manifestare contro l’apertura di un nuovo consolato statunitense.
Nella vicenda è intervenuto anche il premier locale Jens-Frederik Nielsen, che ha deciso di boicottare l’inaugurazione della struttura diplomatica, ma che ha anche lodato le iniziative di dialogo americane, dicendo che “qualche passo nella giusta direzione” è stato fatto. Ribadisce però che “la Groenlandia non è in vendita” e che le linee rosse poste dal suo governo non saranno oltrepassate.
“Non importa quanti biscottini al cioccolato ci verranno dati”, ha affermato riferendosi a quanto detto dall’inviato speciale della Casa Bianca Jeff Landry, che in visita sull’isola aveva promesso ai bambini “tutti i biscotti al cioccolato che vogliono” qualora lo andassero a trovare nella sua villa in Louisiana, lo Stato di cui è governatore.


