Il revisionismo contro Israele non è certo nuovo. Neppure il consenso irrazionale attorno a queste falsificazioni è originale anche se, per trovare degli esempi storicamente equivalenti alla gravità corrente, è necessario tornare quantomeno ai primi anni ‘30 dello scorso secolo.
Anche questo è indicativo dell’epoca corrente. In una raccolta di saggi, lettere e note di diario di Elie Wiesel, pubblicata nel 1977 con il titolo di Un Juif aujourd’hui, tradotta in italiano da Morcelliana con Un ebreo oggi, il futuro premio Nobel e sopravvissuto ad Auschwitz riassumeva alcuni eventi tra cui l’infame risoluzione 3379 (1975) dell’Onu in cui il Sionismo veniva associato a forme di razzismo e discriminazione: una sfrontata falsificazione la quale, invece di venir ridicolizzata come dovuto ed indicata quale prodotto di politiche oscure e trame maligne ed infami, continua, per converso, a produrre i suoi frutti amari nei media, in certe aule e nelle piazze.
Nel capitolo su Sionismo e razzismo, Wiesel aveva avuto parole nette per descrivere questo scandalo: “Rimproveri, condanne, accuse da parte di altre nazioni: la trama è chiara. Conduce all’umiliazione pubblica, all’isolamento forzato di un popolo (…) Ci viene detto che non si tratta di ebrei, ma di sionisti.
Anche questo non certo una novità. Cercano di dividerci, di metterci l’uno contro l’altro dopo averci messo il mondo contro.” La vecchia tecnica del divide et impera che continua a riemergere dalle cloache della storia. “Un tempo si diceva agli ebrei della Germania: non abbiamo nulla contro di voi, il nostro risentimento è diretto esclusivamente contro quelli della Polonia, che rifiutano di assimilarsi.
In seguito, agli ebrei di Francia è stato detto: non avete nulla da temere, le nostre misure sono rivolte solo agli ebrei tedeschi, che sono troppo assimilati.” Con Israele si ripresenta lo stesso copione: prima gli ebrei venivano additati perché avevano perso il loro Stato, adesso lo sono perché ne hanno uno…
La storia dell’ebraismo e, per conseguenza, quella dello Stato d’Israele sono rincorse dalla menzogna: dalle accuse di omicidi rituali ai Protocolli, fino al negazionismo della Shoah ed ai moderni revisionisti del Sionismo e della storia d’Israele in cui tutto risulta al contrario.
Un Paese che non ha mai iniziato una guerra senza esser prima attaccato viene ciecamente descritto come una nazione guerrafondaia, una cultura la quale pone al centro il rispetto per la vita e rigetta ogni forma di razzismo, dipinta come il suo opposto. Il catalogo è tristemente lungo, ma che follie sono mai queste?
La gran parte di queste menzogne è mero ciarpame contrario al buonsenso ed all’evidenza storica, eppure è paradossalmente proprio questa la forza di tali impudenti falsificazioni. Le sciocchezze e le fantasticherie, proprio perché appaiono semplici, hanno sempre un immenso vantaggio sul discorso ponderato e razionale: sembra spieghino tutto senza però spiegare nulla e, per questo, riescono a diffondersi con rapidità e dolo.
Cos’è del resto più facile: l’ignoranza che crede di capire tutto o l’impegno e la riflessione di coloro i quali provano, per dirla con Bertrand Russell, “un piacere inebriante nella chiarificazione intellettuale” senza la coltre dell’arroganza?
Tanto il benessere quanto il malessere dell’individuo partecipano della somma generale dell’esistenza e dell’esperienza dell’umanità tutta: se la ragione include la vita intera di una persona, lo stesso deve allora valere per la sragione. Difficile, ad esempio, ritenere che un terrapiattista possa avere una vita felice, poiché il terrapiattismo è anche sintomo di una vita mentalmente povera e, dunque, sostanzialmente infelice.
Lo stesso deve dirsi per l’antisemita. Questa prospettiva consente lo sviluppo di una riflessione sul rapporto tra infelicità e società misurabile dall’emergere dei vari sragionamenti, siano questi semplicemente autolesivi o genericamente distruttivi. Alfred North Whitehead diceva che la civiltà rappresenta “la vittoria della persuasione sulla forza”, ma quando la persuasione non è più possibile non si spalancano forse i cancelli alle adunate della violenza?
Nel 2018, un sondaggio di YouGov ha indicato che circa il 4% della popolazione americana crede che la terra sia piatta, mentre uno studio di POLES, del 2021, ha rilevato che tale cifra si aggira intorno al 10%. Numeri preoccupanti che indicano un radicato malessere culturale e sociale.
Anche per questo Benjamin Netanyahu, in un discorso alle Nazioni Unite tenuto a settembre del 2024, ha propriamente parlato di una “società della terra piatta anti-Israele, anti-Israel flat-earth society”. Il livello delle invettive provenienti dalla pletora di dissennati che urlano “Palestina libera”, etc., è cognitivamente equiparabile alle fantasie dei terrapiattisti.
Qui potrebbe allora subentrare quello che può esser detto il dilemma di Wiesel il quale, nel testo ricordato, si chiedeva: “Dobbiamo davvero discutere di queste accuse? Non è forse al di sotto della nostra dignità – e della dignità dei morti – confutare queste menzogne? La risposta è allora il silenzio? Non lo è mai stato.”
Quando qualcuno pensa che la volgarità e l’infamia delle accuse contro Israele si rispondono da sole ed è inutile provare a replicare, non deve dimenticare che, sotto ogni cielo, vi sono individui capaci di credere a qualunque assurdità ed allora bisogna qui tornare all’ammonimento di Voltaire: “Ceux qui peuvent vous faire croire à des absurdités peuvent vous faire commettre des atrocités. Chi può farti credere delle assurdità può farti commettere delle atrocità.”
Su questo punto, come osservato all’inizio, le menzogne contro il popolo ebraico ed Israele hanno una storia lunga e collaudata. Un tempo gli antisemiti avevano la sfacciataggine di dichiararsi apertamente tali, mentre oggi pretendono di essere delle anime belle ed umanitarie e persino degli antifascisti: la società del contrario che striscia in avanti in un abbacinante trionfo di sordità morale e cecità intellettuale.
Per questo, come insegna Wiesel, il silenzio non può e non deve neppur esser considerato. Di fronte ai deliranti ed ai malvagi, i quali costruiscono immagini di cartapesta dell’ebreo e d’Israele per provare a moralizzare il loro odio antisemita, è imperativo continuare a ribadire l’antico “eppur si muove” della razionalità e della decenza.
Provare, però, ad argomentare direttamente con chi ha per radice l’odio e la menzogna è futile; eppure reiterare la realtà dei fatti e della storia, persistere nel ribadire che Israele è l’aggredito, non l’aggressore, che nessuna causa potrà mai rendere giustificabile lo stupro, com’è avvenuto durante l’attacco del 7 ottobre 2023, è un dovere morale ed intellettuale affinché la falsificazione non possa aspirare a sedere sul trono della realtà.
Dev’essere però anche chiaro da subito che tali delucidazioni non possono avvenire con i falsificatori ed i disinformatori: costoro appartengono ad una lunga genia di malerbe e, in quanto tali, irraggiungibili da un dialogo autenticamente razionale. Del resto la gran parte di quello che costoro credono di credere gli proviene da altrove, dalle polle mefitiche di un antisemitismo utilizzato come randello politico dai nemici di Israele e della civiltà.
Il discorso con cui si ribadiscono i punti fermi della realtà e della storia può forse servire ad aiutare qualcuno degli ingannati dalla mole di falsificazioni prodotte dall’industria della propaganda ma è, in primo luogo, una necessità morale e culturale da opporre ai dissennati poiché, ancora con Whitehead, la civiltà si mantiene attraverso la vittoria del discorso contro l’arbitrio della violenza che altro non sa fare se non spaccar tutto.
È qui facile derivare un paradosso poiché, proprio nell’accademia contemporanea, prevale e predomina uno sconcertante terrapiattismo contro Israele, ma questo è anche lo Zeitgeist e non bisogna lasciarsi scoraggiare dalle sue tante lanterninosofie.
Il motivo principale per cui non è davvero possibile intrattenere un discorso razionale con i falsificatori maligni che si fanno portatori, consapevoli o meno, di rivoltanti forme di antisemitismo e giudeofobia, è stato analizzato da Theodor Adorno, in una conferenza del 1962, quando affermò che l’antisemitismo non è un’opinione, ma un’affezione (Affekt) della psiche e, per questo, non respingibile con degli argomenti razionali (aufklärungsresistent).
Un’epoca in cui imperano affezioni di tal genere precipita tutto e tutti nel tragico: tanto quelli che provano ad intendere, quanto quelli che si rifiutano. La storia è lì, pronta ad insegnare, ma quando la comunicazione risulta infranta ed il discorso dominante figlio esclusivo della manipolazione e dell’arbitrio, nulla può esser più appreso e tanto la verità quanto la realtà finiscono ingurgitate tra le fauci della volontà di potenza.
“La verità è la prima vittima della guerra” declamava già il più importante tragediografo greco del VI secolo e, come si assiste dai molti segni del tempo, la razionalità e la storia stanno nuovamente inciampando su queste radici avventizie. Possiamo solo sperare, o pregare, che l’umanità non diventi la seconda vittima dell’inciampo su questo cammino di delirio e morte.


