Oltre la verità: negazione, cinismo e la crisi morale degli ebrei di fronte a Gaza
Un decennio fa, nei giorni finali delle manifestazioni congiunte tra palestinesi ed ebrei contro la costruzione del muro di separazione a Al-Ma'asara, in Cisgiordania, Mahmoud — un leader comunitario del villaggio — apriva i cortei sempre con lo stesso rituale. Alzando lo smartphone, dichiarava: «Non ci sarà un'altra Nakba, perché adesso abbiamo questo. Abbiamo Facebook. Nel '48 non avevamo nulla di simile. Oggi non potranno cacciarci senza che il mondo lo veda».
Era una convinzione rassicurante, ma illusoria.
La campagna israeliana a Gaza è probabilmente il massacro più documentato della storia contemporanea: migliaia di video, immagini, testimonianze diffuse in tempo reale attraverso social network e media tradizionali. A differenza di Bosnia o Ruanda, dove la violenza rimase per lungo tempo invisibile, oggi ogni bombardamento, ogni corpo, ogni bambino affamato è registrato e condiviso quasi in tempo reale.
Eppure questa mole di prove non ha scosso né la maggioranza dell'opinione pubblica israeliana né buona parte dei suoi sostenitori all'estero. La risposta dominante è duplice, quasi schizofrenica: "tutto falso" oppure "se lo meritano". Spesso entrambe le cose insieme: "Non ci sono bambini morti a Gaza, ed è un bene che li abbiamo uccisi".
Negare le atrocità non è un fenomeno nuovo. Già alla fine degli anni '80 il sociologo Stanley Cohen, analizzando l'atteggiamento della società israeliana durante la Prima Intifada, descriveva i meccanismi della negazione: "non è successo", "è successo ma era un'altra cosa", "non avevamo scelta".
Questo schema si fondava sul mito della "purezza delle armi" e sul cinismo dello "sparare e piangere": sì, facciamo violenze, ma restiamo morali perché ci dispiace. Per quanto ipocrita, questa mentalità lasciava spazio alla vergogna: riconoscere implicitamente che uccidere civili fosse sbagliato significava almeno doverlo giustificare o nascondere.
Oggi siamo oltre: la reazione immediata a ogni prova proveniente da Gaza è gridare "fake" (falso). Non servono più perizie balistiche o controinchieste elaborate: basta un clic e il problema scompare. È la logica del complottismo più rozzo, importata dall'estrema destra americana — lo stesso filone che portò Alex Jones a sostenere che la strage di Sandy Hook fosse stata una messa in scena.
Negli anni 2000 si parlava di “Pallywood”, insinuando che ogni immagine di sofferenza palestinese fosse un set cinematografico. Oggi la negazione si è ridotta a un riflesso condizionato: un neonato morto tra le braccia della madre? "Una bambola". Foto di civili abbattuti? Generata dall'IA". Bambini denutriti? "Hanno altre malattie".
Questa narrativa ha trovato eco anche nelle più alte istituzioni israeliane: Netanyahu parla di "percezione" di crisi umanitaria; ministri liquidano le foto come "campagne di messinscena"; persino accademici arrivano a titolare rapporti su "fonti false e immagini create dall'intelligenza artificiale".
Il punto cruciale è che la logica del "documentare per far vergognare" non funziona più. Le immagini che un tempo avrebbero aperto crepe nella propaganda oggi vengono respinte con indifferenza o, peggio, accompagnate dal disprezzo: "sono falsi, e comunque se lo meritano".
Anzi, la stessa classe dirigente israeliana rivendica apertamente ciò che prima negava. Dopo decenni di censura sulla parola Nakba, parlamentari e ministri parlano senza imbarazzo di "seconda Nakba" a Gaza. Soldati stessi filmano e diffondono sui social violazioni dei diritti umani senza timore di ripercussioni.
Siamo entrati in una fase in cui la vergogna è evaporata, e con essa l'illusione che lo smartphone possa fermare i massacri.
Eppure, qualcosa si muove. Di fronte alle prove schiaccianti della carestia a Gaza, il meccanismo del "tutto falso" appare sempre più isterico e disperato. Le arrampicate retoriche — "c'è fame, ma è colpa di Hamas"; "sono effetti collaterali inevitabili"; "altrove nessuno protesta per la fame" — richiamano paradossalmente a giustificazioni che implicano, almeno in parte, il riconoscimento della realtà.
Le pressioni internazionali, unite alla mole di immagini che continuano a filtrare nonostante la censura, stanno incrinando il muro della negazione. Non è molto, ma è un segnale che la verità, ostinata, riesce ancora a farsi strada.
Resta l'incognita più grande: cosa accadrà se Israele porterà avanti i piani di occupazione di Gaza City e di espulsione forzata dei suoi abitanti? Davanti a una catastrofe di proporzioni ancora maggiori, la società israeliana si rifugerà ancor più nel cinismo del "falso" e del "se lo meritano", o sarà costretta, finalmente, a guardare in faccia la realtà?
Per ora, la certezza è una sola: il mito che i social network e le telecamere avrebbero impedito nuove Nakba è crollato. La tecnologia documenta tutto, ma nulla può impedire la violenza se la società che la compie ha smesso da tempo di provare vergogna.
E questo non riguarda solo lo Stato ebraico ma anche le comunità ebraiche di altre nazioni, immaginando che quanto accade in Italia si ripeta alla stessa maniera anche in altre nazioni dove Israele ritenga necessario tutelare i propri interessi.
Nel nostro Paese, alcuni media e giornalisti, senza vergogna alcuna, ripropongono fedelmente le menzogne della propaganda israeliana, pretendendo che queste siano i reali resoconti di ciò che sta accadendo a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.
Qualche esempio?
Fiamma Nirenstein su il Giornale:
L'equivoco sui reporter militanti (26/08/2025)
Giulio Meotti su Il Foglio
Le foto e la guerra di Gaza (25/08/2025)
Eleonora Tiribocchi si Il Riformista
La verità sugli aiuti umanitari a Gaza che l’Onu non vi racconta (25/08/2025)
Daniele Scalise su Setteottobre
Il Rapporto ONU costruito con i dati di Hamas (25/08/2025)
Mike Wagenheim su Israele.net (23 agosto 2025)
Come l’UNRWA impedisce le soluzioni gonfiandone i problemi
Giuliano Ferrara su Il Foglio (22 agosto 2025)
La via tragica e necessaria di Israele
Questi elencati sono solo alcuni articoli di moltissimi altri, esempi a dimostrazione che quanto contenuto nell'articolo non riguarda solo gli ebrei israeliani, ma anche quelli delle comunità ebraiche internazionali che di tale spazzatura si beano e si fanno forti per giustificare apartheid e genocidio di cui sono responsabili i loro correligionari israeliani. Perché? Questo è impossibile comprenderlo e, pertanto, spiegarlo.
Fonte: +972 Magazine, Locall Call