Un attacco aereo israeliano avvenuto domenica a Gaza ha causato la morte del giornalista di Al Jazeera Anas Al Sharif, 28 anni, insieme a quattro suoi colleghi e un assistente. Secondo l'emittente, il bombardamento — avvenuto nei pressi dell'ospedale Al Shifa, a Gaza City — rappresenta un "tentativo disperato di mettere a tacere le voci in vista dell'occupazione di Gaza".
L'esercito israeliano ha dichiarato che Al Sharif guidava una cellula di Hamas e partecipava alla pianificazione di attacchi missilistici contro Israele. L'accusa è stata respinta sia dal giornalista, prima della sua morte, sia da Al Jazeera, che ha definito "fabbricate" le prove citate da Israele.
Oltre ad Al Sharif, sono rimasti uccisi anche i giornalisti Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e il freelance locale Mohammad Al-Khaldi. Due ulteriori vittime civili sono state registrate nello stesso attacco.
Lunedì, al cimitero di Sheikh Radwan, nel cuore della Striscia di Gaza, amici, colleghi e familiari hanno reso omaggio ai giornalisti uccisi, in un clima di profondo cordoglio. Organizzazioni per la libertà di stampa e diritti umani hanno denunciato l'uccisione, definendola parte di un trend preoccupante: secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ), la guerra in corso è la più letale mai registrata per gli operatori dell'informazione.
Dal 7 ottobre 2023, il governo di Gaza denuncia l'uccisione di 238 giornalisti; il CPJ ne conferma almeno 186. Il Watson Institute della Brown University inserisce il conflitto Israele-Hamas tra quelli con il più alto numero di vittime nel settore giornalistico.
Al Sharif non era un volto nuovo nel panorama internazionale: ex membro di un team Reuters vincitore del Premio Pulitzer 2024 per la fotografia, era già stato indicato dalle autorità israeliane, lo scorso ottobre, come membro di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese. Accuse che, secondo l'ONU, non erano suportate da prove.
Irene Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la libertà di espressione, aveva avvertito che la vita di Al Sharif era in pericolo. A luglio, il CPJ aveva esortato la comunità internazionale a proteggerlo.
Pochi minuti prima di morire, Al Sharif aveva scritto su X che Gaza City era sotto bombardamenti intensi da oltre due ore. Aveva inoltre lasciato un messaggio pre-registrato per i social, da pubblicare in caso di morte:
"Non ho mai esitato a raccontare la verità così com'è, senza distorsioni o falsificazioni, sperando che Dio fosse testimone di coloro che sono rimasti in silenzio".
Hamas sostiene che l'uccisione dei giornalisti potrebbe essere il preludio a una nuova offensiva israeliana. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha già annunciato un'operazione per smantellare "due roccaforti di Hamas" nella Striscia, indicate nella città di Gaza e nella tendopoli di Al-Mawasi.
"Anas Al Sharif e i suoi colleghi erano tra le ultime voci rimaste a Gaza a raccontare al mondo la tragica realtà", ha dichiarato l'emittente Al Jazeera.
L'uccisione di Anas Al Sharif e dei suoi colleghi è l'ennesimo crimine commesso dallo Stato ebraico contro la libertà di stampa, un affronto diretto al diritto universale all’informazione.
Israele da tempo etichetta i giornalisti come "terroristi" senza presentare prove concrete, usando accuse fabbricate per giustificare bombardamenti mirati. È un copione già visto: screditare, isolare e poi eliminare le voci scomode, colpevoli solo di fare il loro lavoro: in questo caso denunciare i quotidiani crimini di guerra commessi dalle IDF. Questo è terrorismo di Stato.
La comunità internazionale continua a condannare "a parole" lo Stato canaglia di Israele, ma nei fatti permette a Israele di "continuare" ad agire impunemente. Ogni silenzio, ogni ritardo , rende complici di un tentativo sistematico di spegnere gli occhi del mondo su Gaza.
Crediti immagine: nella foto il "terrorista" Anas Al Sharif assassinato dallo Stato canaglia di Israele


