Domani il governo guidato da Giorgia Meloni rinnoverà per altri cinque anni il memorandum militare tra Italia e Israele. Una scelta politica precisa, lucida, che arriva nel momento peggiore possibile: mentre il conflitto in Medio Oriente continua a produrre devastazione e mentre emergono episodi sempre più gravi che coinvolgono anche militari italiani.
Non è una semplice firma burocratica. È un atto politico che pesa, e che rischia di segnare in modo profondo la credibilità internazionale del nostro Paese.
Da mesi – oltre un anno – le opposizioni chiedono la sospensione dell'accordo. Non una richiesta simbolica, ma una presa di posizione netta davanti a ciò che viene denunciato anche da organizzazioni internazionali e da ampi settori della comunità internazionale: violazioni del diritto internazionale umanitario, operazioni militari contro civili, espansione nei territori occupati... in pratica, apartheid, pulizia etnica, genocidio!
Il governo ha avuto tutto il tempo per fermarsi, riflettere, sospendere. Non lo ha fatto. Ha scelto, invece, di andare avanti. Di rinnovare. E quindi di schierarsi.
La decisione appare ancora più grave, oltre che grottesca, anche alla luce degli episodi degli ultimi giorni nel sud del Libano. Secondo quanto riferito dalla missione UNIFIL, oggi mezzi italiani sono stati speronati da carri armati israeliani. Due episodi nello stesso giorno. Veicoli colpiti da un carro Merkava. Danni significativi. Solo per caso, nessun ferito.
Non basta. Nei giorni precedenti, sempre secondo fonti ONU, i soldati israeliani avrebbero sparato “colpi di avvertimento” nelle vicinanze dei peacekeeper, con un proiettile caduto a circa un metro da un militare italiano. Un metro.
In qualsiasi altro contesto sarebbe considerato un incidente gravissimo, un atto ostile. Qui, invece, tutto scivola via tra comunicati diplomatici e convocazioni formali.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato l'ambasciatore israeliano. Un gesto dovuto, certo. Ma che appare sempre più come una risposta minima, insufficiente, per non dire ridicola, rispetto alla gravità dei fatti accaduti... e non per la prima volta!
Il paradosso è tutto qui. Un governo che si presenta come “sovranista”, che rivendica la difesa degli interessi nazionali e delle forze armate, resta sostanzialmente immobile quando a essere colpiti – o messi in pericolo – sono proprio i militari italiani.
Dov'è la linea rossa? Dov'è la fermezza promessa?
Se mezzi italiani vengono speronati e soldati sfiorati da colpi d'arma da fuoco senza conseguenze politiche reali, il messaggio che passa è chiaro: tutto è tollerabile, purché non si metta in discussione l'alleanza con il governo di Benjamin Netanyahu.
Il nodo, allora, è politico prima ancora che diplomatico.
Rinnovare oggi quel memorandum significa assumersi una responsabilità precisa: quella di continuare una cooperazione militare nonostante un contesto internazionale segnato da accuse pesantissime e da episodi che coinvolgono direttamente anche il nostro Paese.
Non è più possibile nascondersi dietro la formula della “cooperazione strategica”. Qui si tratta di scegliere da che parte stare.
Il governo rifiuta l'accusa di complicità. Ma di fronte a questi fatti, la domanda resta – inevitabile: se si continua a collaborare militarmente, se si rinnova un accordo senza condizioni, se non si reagisce con forza nemmeno quando vengono colpiti i propri soldati… che nome si deve dare a tutto questo?
C'è ancora tempo per fermarsi. Per sospendere il memorandum. Per mandare un segnale politico chiaro, dentro e fuori dai confini nazionali. Non farlo significherebbe confermare una linea che molti considerano già oggi una macchia sulla politica estera italiana. E che rischia, domani, di diventare qualcosa di molto più difficile da cancellare.


