All’ospedale di Pordenone è andata in scena una di quelle idee geniali che, sulla carta, sembrano funzionare benissimo: aumentiamo i posti letto. Applausi. Peccato che nessuno abbia pensato al dettaglio secondario di chi quei letti li deve gestire. Infermieri e operatori socio-sanitari restano gli stessi, ma con più pazienti da seguire. Una specie di moltiplicazione dei pani e dei pesci, solo che qui i pani sono i letti e i pesci… sono sempre gli stessi poveri infermieri.
La questione è stata sollevata da Fausto Tomasello, che ha dato voce alle segnalazioni sindacali: nelle tre Medicine i letti sono aumentati, il personale no. Tradotto: più lavoro, stessi turni, stessa stanchezza. Anzi, no, la stanchezza aumenta pure quella, ma non risulta nei comunicati ufficiali.
L’immagine è semplice: è come allargare un’autostrada senza aggiungere corsie vere, solo disegnandole con il gesso. Il traffico resta, il caos pure, e in mezzo ci sono professionisti che già fanno i salti mortali per garantire assistenza e sicurezza. Turni tirati, rientri last minute, ferie che diventano un concetto filosofico.
Il paradosso è che i letti, da soli, non curano nessuno. Non misurano la pressione, non somministrano terapie, non rassicurano i pazienti alle tre di notte. Senza persone, restano oggetti ben allineati in una stanza. Belle foto per i comunicati, meno belle per chi poi deve far funzionare tutto davvero.
Questa storia non è neppure nuova. Cambiano le città, cambiano i reparti, ma il copione è sempre lo stesso: si annuncia l’aumento dell’offerta sanitaria, salvo poi scoprire che manca l’ingrediente principale. Alla fine, il rischio è uno solo: che a pagare siano sempre gli stessi, quelli in corsia, mentre i letti nuovi aspettano qualcuno che abbia ancora abbastanza energie per occuparsene. E magari anche un po’ di ironia, perché senza quella, a fine turno, non si regge più.


