Nel maxi-emendamento alla legge di bilancio approvato in Commissione bilancio del Senato, il governo Meloni ha scelto con chiarezza chi deve pagare i conti. Non gli evasori cronici, non le rendite improduttive, non i grandi patrimoni. Il bersaglio è sempre lo stesso: chi ha iniziato a lavorare troppo presto e chi, dopo una vita di mansioni logoranti, sperava almeno in una vecchiaia dignitosa. I diritti diventano variabili di bilancio, sacrificabili sull'altare dei conti pubblici.
Il testo, partorito nel caos tra Palazzo Chigi, ministero dell'Economia e Senato - a memoria dovrebbe essere il terzo in pochi giorni -, disegna una strategia limpida nella sua brutalità: fare cassa sulla pelle dei lavoratori più deboli. I precoci, che hanno versato contributi prima ancora di diventare adulti. Gli addetti ai lavori usuranti, notturni e pericolosi. Gente che ha consumato il proprio corpo nei turni, nelle fabbriche, nelle miniere, nelle gallerie, nelle vetrerie. Per loro, nessun riconoscimento. Solo nuovi paletti.
La spietatezza è chirurgica. Da una parte si tagliano circa 40 milioni di euro l'anno, dal 2033, al fondo per le pensioni usuranti, restringendone ulteriormente l'accesso. Dall'altra si colpiscono i lavoratori precoci, riducendo le finestre di uscita nonostante decenni di contributi. Come se non bastasse, viene eliminata la possibilità di cumulare previdenza complementare e pensione pubblica per anticipare l'uscita: una norma pensata per garantire flessibilità, cancellata per rastrellare oltre 130 milioni di euro entro il 2035.
Il messaggio è chiaro: arrangiati. Hai investito nei fondi pensione? Peggio per te. Hai destinato il Tfr alla previdenza integrativa per costruirti un'uscita meno traumatica dal lavoro? Ora quei risparmi servono a puntellare il bilancio dello Stato. Il ponte verso la pensione viene demolito a posteriori, tradendo la fiducia di chi ha fatto scelte responsabili. Risultato: restare al lavoro più a lungo, anche quando il fisico non regge più.
Queste misure ignorano un dato elementare: l'età, in certi lavori, non è un numero astratto. È un fattore di rischio. È la differenza tra tornare a casa vivi o finire in una statistica sugli infortuni mortali. Ma questo governo finge di non saperlo, mentre parla di “sostenibilità” con il tono asettico dei ragionieri.
Le opposizioni parlano apertamente di disastro sociale. Fratoianni denuncia uno scempio, i Cinque Stelle ricordano che l'età avanzata è una delle prime cause di incidenti mortali, Boccia smonta la narrazione di una manovra “semplice” trasformata in un bricolage punitivo. Intanto la Lega esulta per aver “salvaguardato” l'età pensionabile, dopo aver di fatto azzoppato il proprio ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti. Una vittoria di Pirro, perché l'età per uscire dal lavoro continua comunque a salire per quasi tutti e misure come Opzione Donna vengono smantellate. La legge Fornero, che doveva essere superata, è stata peggiorata.
Prima il taglio dell'indicizzazione, poi la potatura degli anticipi, ora l'allungamento dell'età pensionabile e l'attacco diretto a precoci e gravosi. Le norme introdotte l'anno scorso vengono cancellate quest'anno per far tornare i conti. L'anno prossimo, con la corsa al riarmo promessa alla Nato e a Trump, il prezzo salirà ancora. A pagare sarà sempre chi lavora.
Giorgetti, presentandosi in Commissione, ha parlato di dimissioni come di un pensiero quotidiano. Ha detto che il caos è “naturale” e che conta solo il prodotto finale. Ed è vero: il prodotto finale conta... ma in questo caso è pessimo, se non miserabile.
I successi internazionali sbandierati dalla premier sono una rosa piena di spine. La credibilità all'estero si compra con l'austerità in patria. Liste d'attesa infinite nella sanità, stipendi da fame nella scuola, potere d'acquisto che crolla mentre l'età media degli occupati cresce. Le agenzie di rating applaudono, le famiglie arrancano. Una casa diventa un lusso, mettere su famiglia un azzardo, vivere dignitosamente una concessione sempre più rara, permessa solo a pochi.
Siamo tutti più poveri, e lo saremo ancora di più. Questo è il bilancio reale del governo di destra. Dietro la propaganda, resta una manovra misera e combattuta perché redistribuisce sempre verso un'unica direzione: dal basso verso l'alto sì. Mettersi d'accordo su guerre e stravolgimenti istituzionali è facile. Decidere chi penalizzare lo è ancora di più, quando a pagare sono sempre gli stessi. Alla fine, il Vangelo delle destre non cambia mai: premiare chi sta in cima alla piramide sociale e chiedere sacrifici infiniti a chi regge tutto il resto.
Come se non bastasse, il circo mediatico che supporta la banda fascista che governa l'Italia pretende di far credere che sia stato fatto il meglio per "tutti" gli italiani.


