Strade ripulite, marciapiedi ridipinti, checkpoint ovunque. La capitale pakistana si prepara a un fine settimana che potrebbe segnare una svolta – o l’ennesimo fallimento – nella guerra scoppiata sei settimane fa dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Un conflitto che ha già provocato migliaia di morti, destabilizzato l’intero Medio Oriente e scosso i mercati energetici globali.
Sabato mattina, nella zona blindata della città, inizieranno i negoziati diretti – seppur indiretti nella forma – tra Washington e Teheran. Un tentativo fragile di fermare una guerra che continua, di fatto, a bruciare sotto la superficie.
L’incontro arriva in un contesto già compromesso. Il cessate il fuoco di due settimane, mediato dal Pakistan, è entrato in vigore solo formalmente: sul terreno, le divergenze sulla sua interpretazione e i bombardamenti israeliani in Libano ne stanno minando la credibilità.
Nel frattempo, la decisione iraniana di limitare il traffico nello Stretto di Hormuz – arteria attraverso cui transita circa il 20% dell’energia mondiale – ha fatto impennare i prezzi di petrolio e gas, trasformando la crisi regionale in una questione globale.
Il risultato è un equilibrio precario: diplomazia ufficiale da una parte, escalation militare dall’altra.
A guidare la delegazione americana sarà il vicepresidente JD Vance, affiancato dai due affaristi mascherati da Tump in diplomatici: Steve Witkoff e Jared Kushner.
Per l’Iran saranno presenti il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Resta incerta la partecipazione di un rappresentante dei Pasdaran, protagonisti della risposta militare iraniana e, di fatto, alla guida del Paese.
Il formato dei colloqui riflette la sfiducia reciproca: le due delegazioni resteranno in stanze separate, con funzionari pakistani incaricati di trasmettere messaggi tra le parti.
Islamabad si è ritagliata un ruolo centrale grazie a una posizione unica: mantiene relazioni operative sia con Washington sia con Teheran, non ospita basi militari statunitensi – elemento cruciale per la fiducia iraniana – ed è legata geograficamente e culturalmente all’Iran.
Il primo ministro Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir hanno condotto nelle ultime settimane un’intensa attività diplomatica, trasformando il Pakistan in un mediatore credibile in un contesto altrimenti polarizzato.
Le distanze tra le parti restano profonde.
L’Iran propone un piano in dieci punti che include:
- controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz,
- ritiro delle forze statunitensi dal Medio Oriente,
- stop alle operazioni contro gruppi alleati di Teheran.
Gli Stati Uniti, invece, insistono su una condizione ritenuta non negoziabile: la rinuncia iraniana all’uranio arricchito.
A complicare tutto c’è il dossier Libano.
Teheran considera imprescindibile l’inclusione di un cessate il fuoco anche su quel fronte. Washington e Israele lo escludono esplicitamente.
È proprio questo il punto più critico. Israele, pur essendo parte centrale del conflitto, non è presente al tavolo negoziale.
E mentre a Islamabad si prepara il dialogo, l’aviazione israeliana continua a colpire il Libano con intensità crescente. Secondo diversi analisti, si tratta di una strategia deliberata per irrigidire le posizioni e sabotare il processo diplomatico.
Il risultato è un paradosso evidente: si negozia la pace mentre uno degli attori principali prosegue la guerra.
Il vero ostacolo resta la totale mancanza di fiducia. Teheran accusa Washington di aver bombardato l’Iran mentre erano in corso precedenti negoziati. Gli Stati Uniti, dal canto loro, dubitano della reale disponibilità iraniana a concessioni sostanziali.
Entrambe le parti stanno giocando una partita comunicativa, cercando di dimostrare di aver “vinto” prima ancora di aver negoziato.
Un accordo definitivo appare improbabile nel breve termine. Più realistico è un risultato minimo:
- estensione del cessate il fuoco,
- apertura graduale dello Stretto di Hormuz,
- primi passi su un’intesa nucleare.
Ma tutto dipende da una variabile decisiva: la capacità degli Stati Uniti di imporre a Israele il rispetto di una tregua reale, in particolare sul fronte libanese. Se ciò non accadrà, il vertice rischia di trasformarsi nell’ennesimo tentativo fallito.
Islamabad diventa così il simbolo di una diplomazia sotto pressione: blindata, fragile, esposta a ogni detonazione sul campo. Il mondo osserva, consapevole che da queste stanze – sorvegliate e isolate – potrebbe uscire una tregua più solida o l’anticamera di una nuova escalation. E questa volta, con il petrolio, i mercati e la sicurezza globale direttamente in gioco, il fallimento non sarebbe solo regionale. Sarebbe sistemico.
Fonte: Al Jazeera


