Questo l'ennesimo ribaltamento della realtà con cui Donald Trump, sul proprio account social, ha motivato le nuove direttive da lui date per rispondere al fallimento - annunciato - dei colloqui di sabato con la delegazione iraniana tenutesi a Islamabad.
L’Iran aveva promesso di aprire lo Stretto di Hormuz e consapevolmente non lo ha fatto. Questo ha causato ansia, disagi e sofferenza a molte persone e Paesi in tutto il mondo. Dicono di aver posato mine nelle acque, anche se tutta la loro Marina, e la maggior parte delle loro unità “posamine”, sono state completamente distrutte. Potrebbero averlo fatto, ma quale armatore sarebbe disposto a correre un rischio del genere? C’è un grande disonore e un danno permanente alla reputazione dell’Iran e di ciò che resta dei suoi “leader”, ma ormai siamo oltre tutto questo. Come avevano promesso, farebbero meglio a iniziare subito il processo per riaprire QUESTA VIA D’ACQUA INTERNAZIONALE E FARLO RAPIDAMENTE! Stanno violando ogni legge possibile. Sono stato pienamente informato dal vicepresidente JD Vance, dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner sull’incontro che si è svolto a Islamabad sotto la guida competente e cortese del feldmaresciallo Asim Munir e del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. Sono uomini straordinari e continuano a ringraziarmi per aver salvato da 30 a 50 milioni di vite in quella che sarebbe stata una guerra terribile con l’India. Apprezzo sempre sentire queste parole — il senso di umanità di cui parlano è difficile da comprendere.L’incontro con l’Iran è iniziato presto al mattino ed è proseguito per tutta la notte — quasi 20 ore. Potrei entrare nei dettagli e parlare di molti punti su cui si è arrivati a un’intesa, ma c’è una sola cosa che conta: L’IRAN NON È DISPOSTO A RINUNCIARE ALLE SUE AMBIZIONI NUCLEARI! Per molti aspetti, i punti concordati sono migliori rispetto al proseguire delle operazioni militari fino alla fine, ma tutto questo non ha alcun valore rispetto al rischio di lasciare l’energia nucleare nelle mani di persone così volatili, difficili e imprevedibili. I miei tre rappresentanti, con il passare del tempo, sono diventati — non sorprendentemente — molto cordiali e rispettosi nei confronti dei rappresentanti iraniani, Mohammad-Bagher Ghalibaf, Abbas Araghchi e Ali Bagheri, ma questo non cambia nulla, perché sono rimasti inflessibili sulla questione più importante e, come ho sempre detto fin dall’inizio, molti anni fa, L’IRAN NON AVRÀ MAI UN’ARMA NUCLEARE.
La crisi in Medio Oriente entra in una fase ancora più pericolosa. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che la Marina americana avvierà un blocco navale nello Stretto di Hormuz, uno dei punti più strategici del pianeta per il traffico energetico globale. Una mossa che arriva dopo il fallimento dei negoziati con l'Iran e che rischia di far saltare definitivamente la fragile tregua di due settimane in vigore.
“Effettivo immediatamente”, ha dichiarato Trump, ordinando alla U.S. Navy di bloccare “qualsiasi nave in entrata o uscita dallo stretto”. Non solo: Washington intende anche intercettare ogni imbarcazione che abbia pagato pedaggi a Teheran e distruggere le mine con cui, secondo gli Stati Uniti, l'Iran avrebbe disseminato nell'area.
Lo Stretto di Stretto di Hormuz è un vero e proprio collo di bottiglia: da qui transita circa il 20% delle forniture energetiche mondiali. Il suo blocco o anche solo una limitazione del traffico ha effetti immediati sui mercati, già scossi da settimane di guerra e tensioni.
Il vertice diretto tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, il primo dopo oltre un decennio, si è concluso senza accordo. Al centro dello scontro, ancora una volta, il programma nucleare iraniano.
Il vicepresidente americano JD Vance ha accusato Teheran di rifiutare qualsiasi impegno concreto: “L'Iran non è disposto a rinunciare alle sue ambizioni nucleari”. Dall'altra parte, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf ha ribaltato la responsabilità, sostenendo che Washington non è stata in grado di guadagnare la fiducia iraniana.
Secondo fonti americane, i punti di rottura sono quattro: stop all'arricchimento dell'uranio, smantellamento degli impianti nucleari, fine del sostegno ai gruppi alleati dell'Iran in Medio Oriente e rinuncia al controllo sullo Stretto di Hormuz. Richieste respinte da Teheran, che le considera eccessive.
Trump, però, si dice convinto che la pressione militare porterà risultati: “Torneranno al tavolo e ci daranno tutto ciò che vogliamo”, ha dichiarato, rivendicando anche il tono duro delle sue recenti minacce.
L'escalation nello stretto ha già acceso l'allarme nel settore energetico. Secondo fonti riportate dal The Wall Street Journal, i vertici delle principali compagnie petrolifere americane temono un aggravamento della crisi se la rotta dovesse restare chiusa.
Nonostante la tensione, nelle ultime ore tre superpetroliere sono riuscite ad attraversare lo stretto, segnando i primi transiti dalla tregua. Ma il rischio di un blocco totale resta altissimo.
La Casa Bianca, intanto, lavora con il settore privato per mitigare gli effetti economici del conflitto, mentre i prezzi del petrolio continuano a oscillare.
A complicare ulteriormente il quadro è il fronte libanese. Israele continua i bombardamenti contro Hezbollah, sostenuto dall'Iran, sostenendo che il conflitto non rientra nella tregua tra Washington e Teheran.
Il ministro del gabinetto di sicurezza israeliano Zeev Elkin ha dichiarato che “gli iraniani stanno giocando col fuoco”, lasciando aperta la porta a nuovi negoziati ma senza segnali concreti di de-escalation.
Nella periferia sud di Beirut si sono levate colonne di fumo dopo nuovi raid, mentre sirene d'allarme hanno risuonato nei villaggi israeliani al confine.
La tregua, annunciata pochi giorni fa con la mediazione pakistana, appare sempre più precaria. Il ministro degli Esteri del Pakistan ha definito “imperativo” mantenerla, mentre da Roma anche Papa Leone ha lanciato un appello per un cessate il fuoco duraturo, esprimendo vicinanza al popolo libanese.
Ma sul terreno, la realtà sembra andare in direzione opposta: escalation militare, negoziati falliti e una mossa americana — il blocco dello Stretto di Hormuz — che rischia di trasformare una crisi regionale in uno shock globale.
Il mondo, ancora una volta, resta appeso a un equilibrio sempre più fragile.


