Giorgia Meloni ci tiene a chiarirlo subito: “La scelta di autoescludersi a priori è sbagliata”. Detto da una presidente del Consiglio che passa metà del tempo a rivendicare sovranità e l’altra metà a spiegare perché l’Italia non può fare qualcosa, il concetto assume un valore quasi filosofico. 

Di cosa stiamo parlando? Del fantomatico “Board of Peace (per Gaza!!)” promosso da Donald Trump, una definizione che da sola basterebbe a giustificare un corso accelerato di educazione civica a livello internazionale.

Meloni spiega di aver detto a Trump che l’Italia ha “oggettivi problemi di carattere costituzionale”. Traduzione non ufficiale: l’idea è imbarazzante, ma non possiamo dirlo apertamente. Nonostante ciò... attenzione: l’Italia non si tira indietro, chiede solo di “riaprire la configurazione”. Perché il problema non è il tavolo, sono i posti al tavolo. E se si cambia disposizione delle sedie, magari il Board diventa improvvisamente compatibile con la Costituzione repubblicana.

La premier insiste: “La presenza di Paesi come i nostri può fare la differenza”. Certo. Soprattutto quando il presidente promotore del progetto è lo stesso che considera il Nobel per la Pace una specie di gadget da collezione. A proposito: Meloni si dice fiduciosa che un giorno potremo “candidare Donald Trump al Nobel per la pace”. Un momento di tale audacia narrativa che perfino la realtà ha chiesto una pausa.

Nel frattempo, guai a parlare di “infantilismi” in politica estera. Qui si ragiona da adulti seri. Talmente seri che si riesce a sostenere, nella stessa conferenza stampa, che:

  • Gaza va pacificata con un Board trumpiano,
  • la Groenlandia è una questione legittima perché l’Artico è "strateggico" [sic!],
  • l’export di armi europee va facilitato,
  • e tutto questo sarebbe “pragmatico”.

Altro che infantilismi: qui siamo alla politica estera come gioco di ruolo, dove l’Italia interpreta il personaggio del “mediatore responsabile” mentre applaude chi alza la voce e sposta i confini come a Risiko.

Meloni ci rassicura: la cooperazione con gli Stati Uniti “rimane salda”. Talmente salda da includere una comprensione quasi affettuosa per i “metodi assertivi” americani sulla Groenlandia. Metodi discutibili, sì, ma comprensibili. Del resto, quando un alleato è grosso, assertivo e armato fino ai denti, chiamarlo imperialista è maleducazione.

E mentre si invoca un’Europa che faccia di più per sé stessa, l’Italia aderisce all’accordo multilaterale sull’esportazione di armamenti. Perché niente dice “pace giusta e duratura” come una filiera bellica ben oliata. Gaza, Ucraina, Artico: tutto torna, purché non si guardi troppo da vicino.

In conclusione, Meloni ci invita a evitare le semplificazioni. Ha ragione. La realtà è molto più sofisticata: si può essere contro l’autoesclusione, favorevoli a un Board improbabile, fedeli alla Costituzione “con riserva”, pacifisti a parole e armieri nei fatti. Serve solo un po’ di equilibrio. E una grande capacità di dire tutto e il contrario di tutto senza battere ciglio.

E senza dimenticarsi di non ridere di tali assurdità!