Il caso di Mario Roggero non è più soltanto una vicenda giudiziaria conclusa con una sentenza definitiva. È diventato un caso politico e culturale, nel quale una parte della destra italiana sembra voler riscrivere principi giuridici e logici consolidati da secoli. Non è in discussione il trauma di una rapina, né la paura provata da chi si trova improvvisamente di fronte a uomini armati.
Tutto questo è già stato considerato nel lungo percorso processuale. Ciò che la magistratura ha accertato, attraverso tre gradi di giudizio, è invece un fatto diverso: due rapinatori vennero inseguiti all'esterno della gioielleria e uccisi mentre erano in fuga, in una condotta ritenuta incompatibile con i limiti della legittima difesa.
È proprio questo il punto sul quale il dibattito pubblico sembra essersi completamente smarrito.
La prima deriva: cancellare la distinzione tra difesa ed esecuzione
La logica distingue tra l'atto necessario a respingere un'aggressione e la punizione di chi quella aggressione l'ha già compiuta. La legittima difesa nasce per impedire un'offesa attuale. Quando il pericolo è cessato, subentra il monopolio della forza da parte dello Stato. Se questo principio venisse meno, ogni cittadino potrebbe trasformarsi contemporaneamente in vittima, investigatore, giudice ed esecutore della pena.
È precisamente ciò che la sentenza definitiva sul caso Roggero ha escluso.
Per questo motivo le parole di Matteo Salvini appaiono difficilmente conciliabili con i fatti accertati nei processi. Quando il leader della Lega afferma che il partito continuerà a sostenere "persone perbene che, aggredite, sono state costrette a difendersi", utilizza una ricostruzione che presuppone proprio ciò che i giudici hanno escluso.
La questione non riguarda quindi un'opinione politica, ma il significato stesso delle parole. Difendersi significa interrompere un'aggressione. Inseguire chi fugge e continuare a sparare è un fatto completamente diverso, sul quale la magistratura si è pronunciata in maniera definitiva.
Anche l'intervento di Giorgia Meloni si inserisce nello stesso schema argomentativo, pur senza citare direttamente Roggero.
"Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto", ha dichiarato la presidente del Consiglio illustrando il nuovo DDL Sicurezza.
Il principio enunciato può apparire intuitivamente condivisibile se riferito a una vera situazione di legittima difesa. Tuttavia proprio il caso Roggero dimostra perché quel richiamo rischi di essere profondamente fuorviante nel dibattito pubblico.
Nel processo, infatti, nessun giudice ha stabilito che Roggero fosse stato condannato per essersi difeso durante la rapina. È stato condannato perché, secondo l'accertamento definitivo, quella difesa era terminata e ciò che seguì fu un'altra condotta.
Sovrapporre i due piani significa eliminare proprio quella distinzione che costituisce il fondamento dell'istituto della legittima difesa.
La seconda deriva: chiedere la grazia insultando chi dovrebbe concederla
Vi è poi un altro elemento che rende questa vicenda ancora più singolare. Mentre il centrodestra continua a chiedere la grazia presidenziale, Roggero ha scelto di attaccare pubblicamente proprio il Presidente della Repubblica.
Le sue dichiarazioni su Sergio Mattarella — accusato di avere concesso grazie che, secondo Roggero, dimostrerebbero scarsa severità verso i delinquenti — rappresentano un evidente cortocircuito.
Alle domande dei giornalisti su un suo pentimento per quanto fatto ha dichiarato:
"Il presidente Mattarella ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti, penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza. Questo è il massimo per i delinquenti che sono facilitati a continuare a rapinare e a rubare, tanto sono impuniti e anche risarciti"
Comme se non bastasse, a chi gli chiedeva quando pensasse di uscire dal carcere, senza alcun dubbio o speranza, Roggero ha aggiunto: "Presto. Certamente non tra 14 anni".
La grazia è un atto di clemenza straordinario che la Costituzione attribuisce esclusivamente al Capo dello Stato. Non costituisce un diritto del condannato né uno strumento di revisione del processo. Colpisce quindi che, mentre viene avanzata una richiesta di clemenza, il destinatario di quella richiesta venga contemporaneamente accusato di avere "la coscienza" da interrogare.
Sul piano umano è comprensibile che un uomo appena entrato in carcere viva un momento di enorme tensione emotiva. Sul piano istituzionale, però, il messaggio appare difficilmente conciliabile con la natura stessa dell'istituto della grazia, che presuppone normalmente rispetto per le istituzioni e riconoscimento della straordinarietà del provvedimento richiesto.
Anche il pentimento espresso da Roggero rimane parziale... volendo esser generosi:
"Con il senno di poi", ha dichiarato, aggiungendo però che "bisogna trovarsi in quelle situazioni".
Una frase che lascia intendere come la consapevolezza riguardi soprattutto le conseguenze personali della vicenda più che una piena assunzione di responsabilità rispetto ai fatti accertati nelle sentenze.
La terza deriva: l'idea che possa candidarsi alle elezioni
Tra le ipotesi circolate nelle ultime ore vi è perfino quella di una possibile candidatura politica di Roggero. Si tratta di una prospettiva che si scontra con il diritto positivo.
Una persona condannata in via definitiva per omicidio volontario, destinataria dell'interdizione dai pubblici uffici prevista dalla sentenza, non può essere candidata fintanto che tale interdizione produca effetti. Solo l'eventuale cessazione della pena accessoria o un provvedimento di grazia che incida anche su di essa potrebbero modificare questo quadro.
Anche sotto questo profilo il dibattito sembra essersi allontanato dai dati giuridici per spostarsi su un terreno esclusivamente simbolico... premesso che chi ne sostenga la candidatura non creda davvero che questa possa esser realmente presentata!
Lo Stato di diritto vive proprio nei casi difficili
L'intera vicenda Roggero continua a suscitare emozioni fortissime perché nasce da una rapina, cioè da un reato grave che provoca comprensibile indignazione. Ma proprio i casi più drammatici mettono alla prova la tenuta dello Stato di diritto.
Se la legittima difesa viene estesa fino a comprendere anche l'uccisione di persone ormai in fuga, il confine tra difesa e vendetta diventa inevitabilmente indistinguibile.
Se una sentenza definitiva viene trasformata in un referendum permanente contro i giudici, il principio della certezza del diritto perde progressivamente significato.
E se perfino l'idea di candidare un condannato definitivo viene presentata come una possibilità concreta ignorando gli effetti delle pene accessorie, si finisce per alimentare una narrazione nella quale la realtà giuridica viene sostituita dalla convenienza politica.
È forse questa la lezione più preoccupante dell'intera vicenda: non tanto il destino personale di Mario Roggero, ormai definito dalle sentenze, quanto la crescente tendenza di una parte del dibattito pubblico a piegare i principi fondamentali del diritto alle esigenze della propaganda!


