Trump pronto a riprendere i bombardamenti sull'Iran: tregua al capolinea, diplomazia appesa a un filo
Il conto alla rovescia è iniziato. La fragile tregua di 14 giorni tra Stati Uniti e Iran scade mercoledì senza che sia stato raggiunto alcun accordo, e il presidente americano Donald Trump lascia pochi dubbi sulle sue intenzioni: i bombardamenti potrebbero riprendere a breve.
Durante un'intervista a CNBC, Trump ha dichiarato apertamente di aspettarsi una nuova fase militare. «Mi aspetto di bombardare, perché credo sia l'atteggiamento migliore con cui presentarsi», ha detto, sottolineando che le forze armate statunitensi sono «pronte» e «impazienti di agire». Alla domanda su una possibile estensione della tregua, la risposta è stata netta: «Non voglio farlo. Non abbiamo molto tempo».
Le dichiarazioni del presidente arrivano in un momento di forte ambiguità strategica. Da un lato, Washington continua a ventilare la possibilità di un accordo; dall'altro, alza il tono dello scontro militare. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti si trovano in una posizione negoziale di forza e che potrebbero ottenere «un grande accordo», senza però chiarire né tempi né condizioni.
Nel frattempo, sul piano diplomatico si muove qualcosa. Il vicepresidente JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf sono attesi a Islamabad per un nuovo round di colloqui. Un tentativo di riaprire il dialogo che, tuttavia, si svolge sotto la costante minaccia di una nuova escalation.
Questa oscillazione tra guerra e diplomazia è diventata ormai la cifra distintiva della gestione Trump del conflitto: nel giro di poche ore, il presidente passa da dichiarazioni ottimistiche su un possibile accordo a minacce esplicite di attacchi su larga scala.
A complicare ulteriormente il quadro sono le accuse incrociate. Trump ha sostenuto che Teheran avrebbe «violato numerose volte il cessate il fuoco», preparando così il terreno per una possibile ripresa delle operazioni militari. Dall'altra parte, la risposta iraniana è stata altrettanto dura.
Ghalibaf ha respinto ogni apertura sotto pressione, dichiarando che l'Iran «non accetta negoziati sotto minaccia» e accusando Washington di puntare alla resa del Paese più che a un vero accordo. Ancora più esplicito il vertice militare iraniano, che ha parlato di una «risposta immediata e decisiva» in caso di nuovi attacchi.
A rafforzare il clima di allarme contribuiscono anche le parole del segretario alla Difesa Pete Hegseth, che nei giorni scorsi ha dichiarato che gli Stati Uniti sono «pronti a completare la distruzione della rete energetica iraniana». Un'affermazione che lascia intendere come gli obiettivi strategici di Washington vadano ben oltre una semplice dimostrazione di forza.
Trump, inoltre, ha rilanciato anche sul fronte interno, attaccando i Democratici e difendendo l'operazione militare dello scorso giugno, definita come un successo totale nella distruzione dei siti nucleari iraniani.
Le tensioni tra Washington e Teheran stanno già producendo effetti concreti sull'economia globale. I mercati energetici sono sotto pressione e il rischio di una nuova impennata dei prezzi del petrolio è sempre più concreto.
Il direttore dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, Fatih Birol, ha definito la situazione come «la più grande crisi della storia», sottolineando come l'impatto combinato del conflitto con l'Iran e della crisi del gas russo rappresenti uno scenario senza precedenti.
Con la scadenza della tregua ormai imminente, il rischio di una nuova escalation appare concreto. La diplomazia prova a tenere aperto uno spiraglio, ma le dichiarazioni e i movimenti sul campo raccontano una realtà ben diversa: quella di un conflitto pronto a riesplodere.
In questo contesto, ogni ora diventa decisiva. Tra minacce, negoziati e interessi globali in gioco, il destino della tregua sembra appeso a un filo sempre più sottile.