Se la strada è quella di una legalità a "geometria variabile", allora è da ricordare che ciò produrrà la fine del diritto internazionale, con queste conseguenze...
Per motivi opposti, sempre di bottega, l'attacco criminale del 3 gennaio con cui le forze speciali dell'America di Trump hanno violato il diritto internazionale con il rapimento di Nicolas Maduro e di sua moglie è stato interpretato positivamente o, ad esser più precisi, "anche" positivamente.
Prendiamo gli esuli venezuelani... Nonostante l'intento di Trump sia stato esclusivamente quello di prendere il controllo del greggio venezuelano, festeggiano perché Maduro è stato arrestato. Purtroppo per loro, in Venezuela - almeno a breve - non cambierà nulla rispetto al passato. Forse, nel caso in cui le sanzioni a cui il Paese è sottoposto saranno tolte, il regime chavista ne potrebbe pure beneficiare.
Prendiamo poi i politici italiani. Meloni e Tajani approvano l'atto criminale di Trump per la loro oggettiva servitù nei confronti della sua amministrazione. Ma anche nel campo delle opposizioni si festeggia. Ieri, su La7, il senatore Renzi spiegava, più che altro a se stesso, quanto fosse stato giusto abbattere Maduro, perché è un dittatore e pure sanguinario che ha commesso qualsiasi tipo di crimine. Lo stesso Renzi, però, non ci ha spiegato perché allora un criminale in fieri, in base al diritto internazionale, come Benjamin Netanyahu non venga sottoposto allo stesso trattamento. Non solo... un altro criminale, che è pure un suo mecenate visti gli emolumenti che gli ha elargito, perché non dovrebbe essere sequestrato e portato davanti ad un tribunale? Stiamo parlando di Bin Salman, che oltre ad aver ordinato l'uccisione e lo smembramento di un giornalista, ha fatto strage di civili in Yemen e nella stessa Arabia Saudita, quando ha fatto radere al suolo la roccaforte sciita di Al-Awamiyah ad al-Qatif.
Si potrebbe continuare all'infinito, anche citando quanto fatto dalle amministrazioni USA nel passato...che non aveva niente di diverso da quanto fatto da Trump, salvo il fatto che allora le porcate venivano nascoste (ad esempio Cile e Argentina) oppure venivano in qualche modo giustificate da un interesse che riguardava il mondo o una parte di mondo, non solo gli Stati Uniti (ad esempio Iraq).
Adesso arriviamo al punto. Qual è la vittima vera a seguito dell'atto criminale compiuto nei confronti del Venezuela? La coerenza nel rispetto del diritto internazionale. Perché è un problema? È spiegato di seguito...
Venendo meno la coerenza nel rispetto del diritto internazionale (cioè se gli Stati lo applicheranno "a intermittenza", in modo selettivo o opportunistico), non assisteremo semplicemente a qualche violazione in più: cambierà la struttura stessa della convivenza globale. Il diritto internazionale funziona infatti come un "linguaggio comune" che rende prevedibili i comportamenti, stabilisce limiti all'uso della forza, crea fiducia negli scambi e offre strumenti per gestire crisi e conflitti. Quando la coerenza si spezza, quel linguaggio si svuota e lascia spazio a un mondo più instabile, costoso e ingiusto.
La prima conseguenza è un ritorno, anche solo parziale, a una logica di forza. In un sistema internazionale già privo di un'autorità centrale paragonabile a uno Stato, le regole sono essenziali per evitare che la forza diventi l'argomento decisivo. Se gli Stati inizieranno a rispettare il diritto solo quando conviene, il messaggio implicito è: le norme non sono vincoli, ma strumenti.
Questo produce un effetto domino: chi si sente più forte tenderà a forzare i limiti; chi si sente più debole cercherà protezioni alternative, alleanze rigide o—nel peggiore dei casi—armi di deterrenza sempre più distruttive. La prevedibilità diminuisce e cresce la probabilità di errori di calcolo ed escalation.
Molte norme internazionali sono "architravi": il divieto di aggressione, il rispetto della sovranità, l'inviolabilità territoriale, la soluzione pacifica delle controversie. Se la loro applicazione diventa incoerente, si indebolisce la barriera che separa la politica estera dalla guerra come "normale" strumento di risoluzione.
Non significa che ogni crisi porterebbe automaticamente a un conflitto, ma aumenterebbero i casi in cui l'uso della forza viene presentato come "inevitabile" o "giustificato" a prescindere dalle regole. E quando l'eccezione diventa abitudine, le eccezioni proliferano.
Il diritto internazionale è fatto di trattati e consuetudini che reggono su un bene fragile: la fiducia. Se la coerenza si incrina, ogni accordo diventa percepito come provvisorio. Il risultato è una cooperazione più difficile su tutto ciò che richiede impegni di lungo periodo: controllo degli armamenti, commercio, tutela ambientale, gestione delle migrazioni, standard tecnologici.
Nessuno investe seriamente in un patto se teme che l'altro lo disconoscerà al primo cambio di interesse interno o geopolitico. E, quando la fiducia cala, aumenta la tentazione di "mettere clausole di sicurezza", condizioni unilaterali, misure ritorsive: un mondo più conflittuale anche senza guerra aperta.
L'incoerenza nel rispetto delle regole internazionali non è solo un problema "morale" o diplomatico: è un fattore economico. Le imprese e gli investitori hanno bisogno di stabilità giuridica: protezione degli investimenti, arbitrati affidabili, prevedibilità doganale, catene del valore non continuamente minacciate da sanzioni, blocchi, requisizioni o chiusure improvvise.
Se le norme diventano incerte, aumentano i premi di rischio, diminuiscono gli investimenti, si moltiplicano le misure protezionistiche e si rafforza la tendenza alla regionalizzazione: blocchi commerciali e tecnologici separati, standard incompatibili, reti frammentate, monete e infrastrutture finanziarie parallele. In breve: meno efficienza, più costi, più disuguaglianze.
Un altro effetto è la vulnerabilità crescente di individui e minoranze. I diritti umani, per quanto spesso violati, costituiscono un riferimento comune che permette pressione diplomatica, azione giudiziaria, sanzioni mirate, mobilitazione dell'opinione pubblica e sostegno alle vittime.
Se il rispetto diventa incoerente—ad esempio perché alcune violazioni vengono condannate e altre tollerate per ragioni di interesse—si crea un cinismo generalizzato: se il diritto vale solo contro i nemici, allora non vale davvero. Questo indebolisce sia gli strumenti internazionali (corti, comitati, meccanismi ONU) sia la volontà interna degli Stati di adeguarsi: i governi autoritari si sentono legittimati, quelli democratici diventano più esitanti nel difendere standard che non appaiono universali.
Quando la coerenza nel rispetto delle norme umanitarie (protezione dei civili, trattamento dei prigionieri, limiti ai mezzi e metodi di guerra) si erode, la guerra cambia volto: aumenta la disumanizzazione del nemico, cresce l'uso di assedi, rappresaglie, attacchi a infrastrutture civili essenziali, deportazioni, fame come arma.
Il diritto umanitario non elimina l'orrore della guerra, ma stabilisce linee rosse. Se quelle linee rosse vengono applicate in modo selettivo o strumentale, diventano più facili da oltrepassare. E ogni oltrepassamento abbassa ulteriormente la soglia del successivo.
La coerenza è anche ciò che rende credibili le istituzioni: ONU, corti internazionali, organizzazioni regionali, meccanismi arbitrali. Se gli Stati rispettano le decisioni solo quando favorevoli, l'idea stessa di risoluzione "terza" delle dispute si svuota.
L'impunità è contagiosa: se le grandi potenze non rispondono delle violazioni, perché dovrebbero farlo gli altri? Il diritto internazionale rischia allora di diventare una retorica di facciata. E, quando le istituzioni perdono autorevolezza, le crisi vengono gestite più spesso tramite ultimatum, pressioni economiche aggressive, operazioni coperte, guerre per procura.
Molti dei problemi più seri del XXI secolo non possono essere risolti da uno Stato da solo. Clima, biodiversità, inquinamento marino, pandemie, uso pacifico dello spazio, sicurezza informatica: sono ambiti in cui la cooperazione dipende da regole condivise e verificabili.
Se la coerenza nel rispetto si indebolisce, ogni Paese ha incentivi a fare il "free rider": beneficiare degli sforzi altrui senza contribuire, o addirittura sfruttare l'assenza di regole per massimizzare vantaggi immediati. Il risultato è una tragedia dei beni comuni: tutti pagano un prezzo più alto, soprattutto i più vulnerabili.
La perdita di coerenza non avviene sempre come rifiuto esplicito della legalità; spesso avviene come doppio standard: condanna dura per alcune violazioni, silenzio per altre. Questa selettività è corrosiva perché trasforma il diritto in propaganda: le norme diventano un'arma discorsiva contro l'avversario, non un limite per sé stessi.
In questo clima, anche le buone cause perdono forza: chi subisce un'ingiustizia trova più difficile ottenere solidarietà, perché altri rispondono con "e allora…?". Si produce una sorta di stanchezza morale e la comunità internazionale diventa meno capace di reagire in modo unito.
Quando le regole non sono affidabili, gli Stati compensano con l'incremento delle proprie capacità militari. Aumentano spesa per la difesa, posture di deterrenza, corsa a tecnologie destabilizzanti (missili, droni, cyber-armi, capacità spaziali).
Paradossalmente, questo non rende automaticamente più sicuri: più armi e meno regole significano più occasioni di incidente, incomprensione, escalation involontaria. La sicurezza diventa "competitiva", non cooperativa.
Il diritto internazionale non è perfetto e non è sempre rispettato. Ma la sua forza non sta nell'assenza di violazioni: sta nella capacità di creare aspettative stabili e costi reputazionali, politici ed economici per chi viola. Quando la coerenza nel voler supportare e rispettare tali principi viene meno, il danno non è solo alle norme: è alla fiducia, alla cooperazione e alla protezione dei più deboli.
- In pratica, ciò che accadrà è un progressivo spostamento
- dalle regole ai rapporti di forza,
- dalla prevedibilità all'incertezza,
- dalla cooperazione alla frammentazione,
- dalla responsabilità all'impunità.
Questo perché il diritto internazionale, come tutte le regole comuni, vive di una verità semplice: o vale per tutti, o lentamente smette di valere per chiunque.
Almeno in Italia, una bella fetta di politici, giornalisti e pseudo-intellettuali non lo ha ancora capito.