C'è un modo comodo di raccontare la Cisgiordania: "misure di sicurezza", "reazioni al terrorismo", "amministrazione necessaria". Il rapporto pubblicato oggi dell'Ufficio dell'Alto Commissario ONU per i Diritti Umani (OHCHR) fa a pezzi questa narrazione e la sostituisce con un'altra, più dura: un apparato di governo discriminatorio e strutturalmente segregante nel territorio occupato (Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est), che – letto nel suo insieme – presenta ragionevoli motivi per ritenere violato l'articolo 3 dell'ICERD (Convenzione contro la discriminazione razziale) sul divieto di segregazione razziale e apartheid.

Il rapporto dichiara esplicitamente il perimetro: non parla di Gaza (trattata in altri documenti), ma analizza la Cisgiordania occupata, seguendo e valorizzando anche l'advisory opinion della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che ha ritenuto le misure israeliane atte a mantenere una "quasi completa separazione" tra coloni e palestinesi e quindi in violazione dell'articolo 3 ICERD.

E soprattutto, l'OHCHR non descrive un "incidente" o un "eccesso". Descrive un metodo.

 
La violenza di Stato: uccidere, intimidire, non rispondere

Il capitolo sulle uccisioni è un atto d'accusa frontale: dopo il 7 ottobre 2023, l'OHCHR registra un'escalation drammatica dell'uso della forza letale da parte delle forze di sicurezza israeliane (ISF) in Cisgiordania. Nel periodo di riferimento, 966 palestinesi sono stati uccisi dalle ISF (inclusi 202 ragazzi e 7 ragazze); nei due anni precedenti erano stati 348.

Non sono numeri "neutri": il rapporto evidenzia indicatori inquietanti, come il fatto che tra i 638 uccisi da munizioni vere, almeno 355 sono stati colpiti nella parte alta del corpo (118 alla testa), alimentando il sospetto che la letalità non fosse "inevitabile" ma voluta o accettata.

E poi c'è un dato che grida vendetta: nel 25% dei casi monitorati (243 su 966) le ISF avrebbero ostacolato o ritardato soccorsi e assistenza medica per i feriti.

Il rapporto cita episodi concreti: bambini colpiti mentre fuggono, persone uccise senza minaccia imminente, operazioni condotte con tattiche "da guerra" in un contesto che non sarebbe quello di ostilità generalizzate, e persino azioni che sollevano timori di esecuzioni extragiudiziali.


Impunità come architettura
La chiave politica (e morale) è questa: non è solo la violenza, è la mancanza di conseguenze. Il rapporto descrive una "impunità strutturale", alimentata anche da interpretazioni interne che assimilano decisioni letali in contesti di ordine pubblico a "attività militare", estendendo di fatto una logica da combattimento alla polizia.

Risultato: pochissime indagini, pochissime incriminazioni, condanne rare e spesso lievi.
E – nota devastante – questa impunità colpisce quasi esclusivamente i palestinesi, mentre gli attacchi contro israeliani sarebbero "rapidamente ed efficacemente investigati".

 
La gabbia quotidiana: checkpoint, permessi e punizione collettiva mascherata

Il controllo non è solo nei raid: è nella normalità amministrata.

Il rapporto racconta un sistema di restrizioni di movimento che frammenta comunità, impedisce lavoro, studio, cure, culto, vita familiare. E non lo fa con metafore: mostra come checkpoint e barriere diventino luoghi di intimidazione e violenza.

Durante il periodo analizzato, 28 palestinesi sono stati uccisi dalle ISF a checkpoint o presso altre restrizioni di accesso, "inermi e senza rappresentare una minaccia".

L'effetto economico: lavorare diventa un privilegio revocabile
Non è solo umiliazione: è impoverimento programmato. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che le misure israeliane abbiano causato la perdita di 306.000 posti di lavoro in Cisgiordania entro il 31 gennaio 2024 (inclusa la quasi totalità dei 171.000 lavori in Israele e negli insediamenti), con disoccupazione in forte crescita.

Gerusalemme e Al-Aqsa: anche la fede sotto permesso
Nel Ramadan, nuove condizioni (permessi, carte magnetiche, limiti d'età e orari) hanno ridotto drasticamente l'accesso alla moschea di Al-Aqsa: primo venerdì passato da 170.000 presenze (2023) a 70.000 (2024), poi 90.000 (2025).

Questo non è "sicurezza" generica: è gestione politica del corpo e dello spazio palestinese.

 
Detenzione come strumento politico: corpi, paura, silenzio

Se il movimento è la prima catena, la prigione è la seconda.

A fine settembre 2025 il sistema detentivo israeliano contava migliaia di palestinesi: tra loro 3.344 uomini, 9 donne e 168 ragazzi in detenzione amministrativa (senza accusa o processo in senso pieno), oltre a migliaia in custodia cautelare o condannati.

Tortura, violenza sessuale, morti in custodia
Il rapporto riporta un quadro gravissimo: pestaggi, posizioni di stress, umiliazioni, condizioni disumane, e un ricorso "estensivo" a violenza sessuale e di genere.
Dal 7 ottobre 2023, l'OHCHR ha verificato almeno 76 morti di detenuti palestinesi in custodia israeliana.

Libertà di espressione sotto attacco
Il rapporto descrive anche la repressione di spazio civico e media, con pratiche che includono confisca di bandiere palestinesi e incremento dell'enforcement contro simboli e manifestazioni, in particolare a Gerusalemme Est.

 
Insediamenti: colonizzazione accelerata, terra sottratta, risorse deviate

Qui il rapporto diventa quasi chirurgico: mostra che la discriminazione non è "collaterale", è pianificata.

Israele – rileva l'OHCHR – ha introdotto cambiamenti strutturali nell'amministrazione della Cisgiordania, trasferendo competenze dall'esercito a funzionari civili: un ministro israeliano avrebbe detto che questo cambierà il "DNA" del sistema.

"Terra di Stato" a senso unico
Nel 2024 Israele ha dichiarato 25.459 dunam come "terra di Stato"; il 99,76% sarebbe stato assegnato a insediamenti.

Outpost, nuove colonie, migliaia di unità abitative
Nel periodo di riferimento, il rapporto segnala l'espansione degli insediamenti e degli outpost, con legalizzazioni e nuove costruzioni su vasta scala.

Gerusalemme Est: urbanistica come arma demografica
Gerusalemme Est emerge come un laboratorio di ingegneria urbana:

  • nel 2024 demolite 456 strutture palestinesi (301 abitazioni);
  • tra 2022 e 2024 avanzate 44.837 unità di insediamento (7.753 nel 2024).

Non è solo "sviluppo": è trasformare lo spazio in un dispositivo di espulsione.

 
Coloni e Stato: la "continuità" della violenza

Il rapporto non tratta la violenza dei coloni come una deviazione folkloristica. La tratta come parte di un continuum dove spesso le forze israeliane risultano assenti, indulgenti o partecipi.

Secondo OCHA, nel periodo analizzato ci sono stati 3.088 attacchi di coloni (una media di quattro al giorno), con feriti, danni a proprietà e distruzione di mezzi di sussistenza (alberi, veicoli, serbatoi d'acqua).

L'OHCHR indica anche uccisioni attribuite ai coloni (o in contesti di fuoco incrociato coloni/ISF).
E sottolinea un punto politico esplosivo: le ISF non usano forza letale contro coloni (secondo il monitoraggio OHCHR), anche quando questi attaccano palestinesi.

Questo genera un messaggio chiarissimo sul terreno: una vita vale più dell'altra.

 
Area C: trasferimento forzato come "politica del fatto compiuto"

In Area C, il rapporto descrive un ambiente coercitivo che spinge comunità pastorali e agricole ad andarsene: demolizioni, negazione di servizi, violenze, restrizioni, insediamenti.

Dal 7 ottobre 2023, almeno 3.000 palestinesi di 70 comunità sarebbero stati sfollati (circa l'8,5% della popolazione di allevatori), con "pulizia" di circa 100.000 dunam a favore di coloni.

Il rapporto parla esplicitamente di possibili profili di trasferimento forzato e violazioni gravi legate alla creazione di condizioni di vita insostenibili.

 
La cornice giuridica: non "conflitto", ma segregazione istituzionalizzata

Arriviamo al punto più incendiario, quello che Israele e molti suoi alleati cercano di evitare come la peste: la parola apartheid.

Il rapporto ricorda che l'articolo 3 dell'ICERD vieta segregazione razziale e apartheid, e definisce l'apartheid come regime statale di segregazione/discriminazione volto a mantenere la dominazione di un gruppo su un altro, con oppressione sistematica.

L'OHCHR mette insieme:

  • doppio sistema legale (coloni sotto diritto civile israeliano, palestinesi sotto legge militare);
  • separazione stradale e restrizioni di movimento;
  • accesso privilegiato di coloni a terra e acqua;
  • demolizioni, sfratti, negazione di permessi, detenzioni arbitrarie;
  • violenza dei coloni spesso impunita.

E conclude: ci sono ragionevoli motivi per credere che questa separazione/segregazione/subordinazione sia intesa come permanente e che, cumulativamente, le politiche e pratiche esaminate violino l'art. 3 ICERD.

Qui la polemica diventa inevitabile: Israele ama definirsi "l'unica democrazia del Medio Oriente", ma ciò che emerge da questo rapporto è un territorio dove due popolazioni convivono sotto due regimi giuridici, con diritti non comparabili, e dove la "sicurezza" diventa la formula magica per giustificare l'ingiustificabile.

Il rapporto cita anche la Corte Internazionale di Giustizia: la protezione di coloni e insediamenti (presenti illegalmente secondo il diritto internazionale) non può essere invocata per giustificare misure discriminatorie contro i palestinesi.

 
Cosa chiede l'OHCHR: fine della presenza illegale e stop alla colonizzazione

Le raccomandazioni sono nette: Israele dovrebbe porre fine alla propria presenza illegale nel territorio, cessare nuove attività di insediamento ed evacuare i coloni, smantellare il regime connesso agli insediamenti, rimuovere impedimenti discriminatori alla libertà di movimento, liberare i detenuti arbitrari, indagare e perseguire i responsabili, garantire riparazioni alle vittime.

E poi c'è un messaggio agli altri Stati (quello che spesso fa più male): obbligo di non riconoscere come legale la situazione prodotta e di non aiutare a mantenerla, con inviti concreti tra cui la cessazione di trasferimenti di armi collegati a violazioni.

 
La "normalità" che Israele vuole far passare per inevitabile

Questo rapporto non è un pamphlet: è un documento ONU che, per come è costruito, cerca di stare dentro il linguaggio del diritto e del monitoraggio. Ed è proprio per questo che colpisce.

Perché se un testo istituzionale arriva a dire che la somma delle politiche produce ragionevoli motivi per ritenere in atto una segregazione "intesa come permanente" e potenzialmente riconducibile al divieto di apartheid, allora la domanda non è più "chi ha iniziato", o "chi ha paura di chi".

La domanda diventa: quale Stato può continuare a governare milioni di persone senza diritti equivalenti e chiamarlo sicurezza?
E soprattutto: quanti governi occidentali continueranno a chiamare "processo di pace" ciò che il rapporto descrive come colonizzazione, spossessamento e segregazione?



Fonti:
www.ohchr.org/sites/default/files/documents/countries/israel/20260105-thematic-report-israel-discrimin.pdf
www.ohchr.org/sites/default/files/documents/countries/israel/infographics-israel-discriminatory-administ.pdf